Rainer Werner Fassbinder

Wenn man sich die gleich nach Fassbinders Tod 1982 erschienene Biografie Bernd Eckhardts durchliest, fallen einem nach über 40 Jahren unweigerlich einige Dinge auf, die mit dieser Zeitdistanz in Zusammenhang stehen. Fassbinder war ja damals der vermutlich berühmteste deutsche Regisseur, seine provokativen Filme und sein exzessives Leben waren in aller Munde. Auch ich habe Ende der 70er in unserem kleinen Kinoforum damals am Gymnasium etliche seiner Filme gesehen. Heute ist Fassbinder vielleicht nicht vergessen wie zum Beispiel Heinrich Böll, aber sicherlich kein alternativer Mainstream mehr, sondern ein Sujet für Seminare an Filmakademien. Was aber vielleicht noch wichtiger ist, sind die Umwälzungen jenseits seiner Person, die inzwischen in unseren Gesellschaften stattgefunden haben. 1945 in einem erzkonservativen Bayern geboren, gehörte Fassbinder ja zu den Promis der Protestgeneration während des „Roten Jahrzehnts“, hatte etwas von Rio Reiser und seinen „Ton, Steine, Scherben“, von Dieter Kunzelmann und Fritz Teufel. Die Gesellschaft war gespalten in Elterngeneration und „Ihre Kinder“, man kämpfte gegen Nazi-Mief, kleinbürgerliche Ideale, Deutschtümelei, gegen die lange Litanei an „preußisch-deutschen“ Tugenden wie Ordnung, Sparsamkeit, Gründlichkeit, Pflichtbewusstsein, Pünktlichkeit, Sauberkeit, Pflichtgefühl, Sparsamkeit, Kinder, Küche, Kirche (gibt‘s noch mehr?). Heute sind ja unsere Gesellschaften viel komplexer, offener und undurchsichtiger. Komisch eigentlich, weil Internet extreme Transparenz bedeutet, aber trotz der Datenfülle wissen wir immer weniger von anderen Personen, leben wir alle einen extrem isolierten Ego-Shooter-Trip. Das dritte, was einem sowohl bei Fassbinder als auch bei Eckhardts Buch auffällt, ist eine gehörige Prise an Schlamperei, fehlender Präzision, Professionalität und Glätte, die die Zeiten vor der Digitalisierung charakterisieren und die man sich damals wohl im Gegensatz zu heute erlauben konnte. Die analogen Zeiten waren sicherlich näher dran an der gebrechlichen Natur des Menschen mit all ihren Ecken und Kanten, Imperfektionen, Gerüchen, Schwächen. Fassbinder war kein Kind der digitalen Revolution aus der KI-Retorte. Er war kein digitaler Frankenstein mit smarten Tätowierungen und Schönheitsoperation, sondern ein analoges Enfant terrible mit Bierbauch und Mundgeruch.

Filippo di Benedetto

Weiter unten auf Deutsch mit DeepL übersetzt

Filippo Di Benedetto [Saracena (Cosenza) 17 aprile 1922 – Buenos Aires 4 settembre 2001]

Sindacalista e politico, Filippo Di Benedetto era quinto di sette figli di Leone Di Benedetto, di mestiere calzolaio, e Maria Montore, casalinga. Fin da ragazzino maturò un forte interesse per la politica e l’impegno civile, assorbendo le passioni del padre, primo abbonato di Saracena al quotidiano comunista «L’Unità  ».
Affiancò presto gli studi – che si fermarono alla terza media – al lavoro in una bottega artigiana di falegnameria e nel contempo iniziò a coltivare quei sentimenti di altruismo, attenzione agli altri e amore per la lettura che lo portarono a diretto contatto con i braccianti dell’area del Pollino. Divenne un punto di riferimento per la comunità  contadina del suo territorio e tra le sue intenzioni in quegli anni vi fu anche quella, dopo l’iscrizione, di fondare a Saracena la sezione del Pci. Una decisione che presto accantonò solo per ragioni di sicurezza, optando per incontri e riunioni clandestine finalizzate soprattutto a una presa di coscienza da parte dei braccianti dei propri diritti. Individuò in Fausto Gullo, fra i fondatori del Pci in Calabria, un punto di riferimento soprattutto nella crescita politica.
Le prime lotte sindacali e antifasciste nella zona del Pollino le organizzò lui insieme ad altri compagni e all’età  di 21 anni – nel 1943 – fu arrestato, torturato dai fascisti e rinchiuso nel carcere di Castrovillari per un anno. Alla caduta della dittatura fascista, riconquistò la libertà  e proseguì il suo impegno politico con ancora più passione.
Dopo la fine della Seconda guerra mondiale – alle prime elezioni democratiche nel 1947 – all’età  di 25 anni venne eletto sindaco, il primo sindaco comunista di Saracena, e ancora oggi in paese c’è chi ricorda la sua dedizione e il suo incondizionato impegno per gli altri: come quella volta in cui Filippo Di Benedetto organizzò una manifestazione in paese contro i „signori“ di Saracena che si opponevano alla decisione di estendere il servizio idrico anche nelle case di campagna. Quando il corteo arrivò nei campi, trovarono un cordone di uomini in divisa con i fucili puntati sui manifestanti. «Sparate me e lasciate stare questi lavoratori », disse Di Benedetto.
Nel 1952 decise di raggiungere in Argentina il fratello Orlando che già  viveva da due anni in America del Sud. Sarebbe dovuta essere un’esperienza lampo, giusto il tempo di rafforzarsi sul piano economico e poi ritornare a casa.  Accadde che s’innamorò di una calabrese emigrata Rosa Garofalo, originaria di Cosenza, che sposò e dalla quale ebbe due figli: Mario e Claudio. Da Buenos Aires non fece più ritorno intraprendendo il mestiere di ebanista.
In Argentina, Di Benedetto s’iscrisse al Partito comunista: in quegli anni il Partito Comunista italiano iniziò ad avvicinarsi agli emigrati di sinistra in America Latina e i dirigenti riconobbero nella figura di Di Benedetto un contatto importante, perciò nel 1975 fu nominato responsabile del patronato Inca Cgil di Buenos Aires, diventando un prezioso punto di riferimento per l’intera comunità  emigrata italiana. Si occupava di buste paga, pensioni, inserimento al lavoro. Di Benedetto si fece presto riconoscere per sue qualità  morali e la sua completa dedizione agli altri.
In Argentina incominciò a frequentare l’Associazione calabrese di Buenos Aires, diventandone il presidente nel 1976. Cercò di tenere vivo il contatto fra la collettività  italiana in Argentina e l’Italia, mantenendo l’equilibrio democratico fra emigranti di destra ed emigranti di sinistra. S’iniziava in quegli anni a parlare di diritto di voto per gli    emigranti all’estero. Di Benedetto fu uno dei responsabili dei comitati per il voto degli emigranti e successivamente alla guida della Filef, la Federazione Lavoratori Emigranti e infine punto di riferimento del Pci nel paese sudamericano.
Di Benedetto era riconosciuto nella vita pubblica argentina: lontano dalla sua Calabria e in una grande capitale di un Paese pieno di contraddizioni, fragile sul piano politico, economico e nella struttura sociale. Era operoso: faceva avanti e dietro dall’Italia, portava    informazioni; per alcuni anni attraversò l’oceano per ritornare in Italia decine di volte.
Intanto, tutta l’America latina tremava: in piena Guerra fredda, la rivoluzione cubana si era appena realizzata e aveva portato il comunista Fidel Castro al potere con il sostegno dell’Urss. Gli Stati Uniti non poterono stare a guardare e permettere che altri Paesi si allineassero alla svolta cubana. Il pericolo comunista andava arginato e così i governi democratici di molti paesi latinoamericani furono progressivamente abbattuti per essere sostituiti da regimi militari dittatoriali.  
Accadde in Brasile, in Cile e il 24 marzo del 1976 anche in Argentina. Il generale Videla prese il potere e destituì Isabelita Peron. Seguì la repressione violenta e segreta degli oppositori, attraverso la detenzione illegale in luoghi clandestini, la tortura e l’uccisione, anche con i voli della morte. Studenti, attivisti politici, sindacalisti, madri di figli dispersi. Il terrorismo di Stato soppresse più di 40mila persone, 50mila nei centri di detenzione subendo angherie e torture, 30mila i desaparecidos, coloro cioè di cui si è persa traccia.
In questo contesto di repressione e morte, Filippo Di Benedetto scelse subito da che parte stare: in virtù del suo ruolo nel sindacato e nel partito, venne presto a conoscenza di diversi casi di  desapariciòn  ed entrò in contatto con l’allora viceconsole italiano, Enrico Calamai.
Insieme all’allora corrispondente del «Corriere della Sera », Gian Giacomo Foà , ingaggiarono una vera e propria missione umanitaria: si misero a servizio delle centinaia di famiglie che disperate si rivolsero al consolato per trovare accoglienza e rifugio di fronte ai rastrellamenti violenti della dittatura.
I genitori di ragazzi sequestrati chiedevano assistenza e in particolare di presentare istanza di  habeas corpus, uno strumento previsto dalla Costituzione argentina e che riconosce il diritto di conoscere dove si trova una persona arrestata e per quale motivo. All’inizio non si trovavano avvocati disposti a presentare istanza. I pochi che avevano accettato furono uccisi in modo barbaro. Ma alla fine Calamai trovò – grazie a Di Benedetto, che all’epoca rappresentava l’Inca Cgil e si dice anche il Pci – un avvocato disponibile iscritto al Partito comunista argentino.
Iniziò così la missione umanitaria dei tre „eroi“ italiani: il sindacalista, il diplomatico e il giornalista.  
Di Benedetto aveva il compito di segnalare casi di giovani perseguitati, li riceveva nel suo ufficio, li accompagnava in consolato, li nascondeva fino al rimpatrio sotto copertura. Calamai rilasciava i passaporti e Foà  documentava l’Italia sul volto criminale della dittatura Videla.  
Di Benedetto pagò a duro prezzo: la figlia del fratello Orlando, Domenica, fu sequestrata e torturata.  Il regime gli portò via il nipote Eduardo, sequestrato nel novembre del 1976 da quattro uomini mentre accompagnava i suoi due figli alla scuola materna, e mai più ritornato a casa.  
Più di 300 ragazzi, invece, rientrarono in Italia grazie alla rete di salvataggio messa in piedi da Calamai e Di Benedetto: «Se in aeroporto vi chiedono spiegazioni – questo l’escamotage pensato per sfuggire ai controlli degli aguzzini – voi dite che siete turisti ».
Tutto finì a maggio del 1977, quando Calamai venne richiamato in Italia. «Mentre il mio Governo mi chiedeva di stare fermo – sono parole di Calamai – nello stesso tempo mi aveva dato i mezzi per intervenire. Il nostro vanto era aver messo su un ufficio aperto a tutti. L’unico problema è che più aiutavamo, più accorciavo la mia permanenza in Argentina, cosa che poi è avvenuta ».
Li hanno definiti gli Oscar Schindler italiani, richiamando l’esperienza eroica dell’imprenditore che, nel pieno dell’Olocausto, sacrificò il suo lavoro per mettere in salvo più di mille ebrei dai lager nazisti.    Grazie al regista americano Steven Spielberg tutti conoscono l’industriale tedesco. L’incredibile vita del sindacalista calabrese è purtroppo ancora patrimonio di pochi.
Di Benedetto muore in Argentina nel 2001 e solo il 7 settembre del 2019, nel suo paese d’origine Saracena, a piazza Castello è stata posta una targa per ricordare le sue eroiche gesta a servizio dell’umanità  e a difesa della vita. (Giulia Veltri)   © ICSAIC 2019

Nota bibliografica

  • Gaetano Cario,  Un addio al patriarca dell’emigrazione, «L’Eco d’Italia » (Buenos Aires), 10 settembre 2001;
  • Gianni Giadresco,  Grave lutto per la Filef la morte di Filippo di Benedetto, «Emigrazione notizie », 13 settembre 2001;
  • Enrico Calamai, Niente asilo politico. Diario di un console nell’Argentina dei desaparecidos, Feltrinelli, Milano 2006;
  • Giulia Veltri,  Tre italiani eroi come Schindrer,  in «Quotidiano del Sud », 19 ottobre 2015;
  • Giulia Veltri,  Filippo Di Benedetto: eroe dimenticato nella bufera della dittatura argentina, in Vittorio Cappelli e Pantaleone Sergi (a cura di),  Traiettorie culturali tra il Mediterraneo e l’America latina, Pellegrini, Cosenza 2016, pp. 257-264.

Filippo Di Benedetto [Saracena (Cosenza) 17. April 1922 – Buenos Aires 4. September 2001]

Als Gewerkschafter und Politiker war Filippo Di Benedetto das fünfte von sieben Kindern von Leone Di Benedetto, einem Schuhmacher, und Maria Montore, einer Hausfrau. Schon als Junge entwickelte er ein starkes Interesse an Politik und bürgerschaftlichem Engagement und übernahm die Leidenschaften seines Vaters, der in Saracena der erste Abonnent der kommunistischen Tageszeitung „L’Unità“ war.

Schon früh verband er seine Schulausbildung – die nach der 8. Klasse endete – mit der Arbeit in einer Tischlerei und begann gleichzeitig, jene Gefühle der Selbstlosigkeit, der Aufmerksamkeit für andere und der Liebe zum Lesen zu pflegen, die ihn in direkten Kontakt mit den Landarbeitern der Region Pollino brachten. Er wurde zu einer Bezugsperson für die bäuerliche Gemeinschaft seiner Region, und zu seinen Absichten in jenen Jahren gehörte auch, nach seinem Beitritt in Saracena einen Ortsverband der PCI zu gründen. Eine Entscheidung, die er jedoch bald aus Sicherheitsgründen aufgab und sich stattdessen für geheime Treffen und Versammlungen entschied, die vor allem darauf abzielten, den Landarbeitern ihre Rechte bewusst zu machen. In Fausto Gullo, einem der Gründer der PCI in Kalabrien, fand er einen wichtigen Bezugspunkt, vor allem für seine politische Entwicklung.

Die ersten gewerkschaftlichen und antifaschistischen Kämpfe in der Region Pollino organisierte er gemeinsam mit anderen Genossen, und im Alter von 21 Jahren – im Jahr 1943 – wurde er verhaftet, von den Faschisten gefoltert und für ein Jahr im Gefängnis von Castrovillari eingesperrt. Nach dem Sturz der faschistischen Diktatur erlangte er seine Freiheit wieder und setzte sein politisches Engagement mit noch größerer Leidenschaft fort.

Nach dem Ende des Zweiten Weltkriegs – bei den ersten demokratischen Wahlen 1947 – wurde er im Alter von 25 Jahren zum Bürgermeister gewählt, dem ersten kommunistischen Bürgermeister von Saracena, und noch heute gibt es im Dorf Menschen, die sich an seinen Einsatz und sein bedingungsloses Engagement für andere erinnern: wie damals, als Filippo Di Benedetto im Dorf eine Demonstration gegen die „Herren“ von Saracena organisierte, die sich der Entscheidung widersetzten, die Wasserversorgung auch auf die Landhäuser auszuweiten. Als der Zug auf die Felder kam, stießen sie auf eine Kette von Männern in Uniform, die ihre Gewehre auf die Demonstranten richteten. „Schießt auf mich und lasst diese Arbeiter von der Gewerkschaft ‚ ‘ in Ruhe“, sagte Di Benedetto.

1952 beschloss er, zu seinem Bruder Orlando nach Argentinien zu gehen, der bereits seit zwei Jahren in Südamerika lebte. Es sollte nur ein kurzer Aufenthalt sein, gerade lange genug, um sich finanziell abzusichern und dann nach Hause zurückzukehren. Es kam jedoch dazu, dass er sich in eine kalabrische Auswanderin, Rosa Garofalo, aus Cosenza, verliebte, die er heiratete und mit der er zwei Söhne hatte: Mario und Claudio. Von Buenos Aires kehrte er nicht mehr zurück und schlug den Beruf des Tischlers ein.

In Argentinien trat Di Benedetto der Kommunistischen Partei bei: In jenen Jahren begann die Kommunistische Partei Italiens, sich den linken Auswanderern in Lateinamerika anzunähern, und die Parteiführung erkannte in Di Benedetto einen wichtigen Kontaktmann; daher wurde er 1975 zum Leiter des Sozialzentrums Inca Cgil in Buenos Aires ernannt und wurde zu einem wertvollen Ansprechpartner für die gesamte italienische Auswanderergemeinschaft. Er kümmerte sich um Gehaltsabrechnungen, Renten und die Vermittlung von Arbeitsplätzen. Di Benedetto machte sich bald durch seine moralischen Qualitäten und sein uneingeschränktes Engagement für andere einen Namen.

In Argentinien begann er, den kalabrischen Verein von Buenos Aires zu besuchen, dessen Präsident er 1976 wurde. Er bemühte sich, den Kontakt zwischen der italienischen Gemeinschaft in Argentinien und Italien aufrechtzuerhalten und dabei das demokratische Gleichgewicht zwischen Emigranten der Rechten und der Linken zu wahren. In jenen Jahren begann man, über das Wahlrecht für Auswanderer im Ausland zu sprechen. Di Benedetto war einer der Verantwortlichen der Komitees für das Wahlrecht der Auswanderer und später an der Spitze der Filef, der Föderation der Auswandererarbeiter, und schließlich eine Bezugsperson der PCI in dem südamerikanischen Land.

Di Benedetto war im öffentlichen Leben Argentiniens anerkannt: fernab seiner Heimat Kalabrien und in einer großen Hauptstadt eines Landes voller Widersprüche, das politisch, wirtschaftlich und in seiner sozialen Struktur fragil war. Er war unermüdlich: Er pendelte zwischen Italien und Argentinien hin und her, brachte Informationen mit; einige Jahre lang überquerte er den Ozean, um Dutzende Male nach Italien zurückzukehren.

Unterdessen bebte ganz Lateinamerika: Mitten im Kalten Krieg hatte die kubanische Revolution gerade stattgefunden und den Kommunisten Fidel Castro mit Unterstützung der UdSSR an die Macht gebracht. Die Vereinigten Staaten konnten nicht tatenlos zusehen und zulassen, dass sich andere Länder dem kubanischen Kurs anschlossen. Die kommunistische Gefahr musste eingedämmt werden, und so wurden die demokratischen Regierungen vieler lateinamerikanischer Länder nach und nach gestürzt und durch diktatorische Militärregime ersetzt.

Das geschah in Brasilien, in Chile und am 24. März 1976 auch in Argentinien. General Videla übernahm die Macht und setzte Isabelita Perón ab. Es folgte die gewaltsame und heimliche Unterdrückung der Oppositionellen durch illegale

Inhaftierung an geheimen Orten, Folter und Tötung, auch mittels der „Todesflüge“. Studenten, politische Aktivisten, Gewerkschafter, Mütter von verschwundenen Kindern. Der Staatsterrorismus forderte mehr als 40.000 Menschenleben, 50.000 litten in Haftanstalten unter Schikanen und Folter, 30.000 wurden zu

„Desaparecidos“, also zu Menschen, von denen jede Spur verloren ging.

In diesem Kontext von Unterdrückung und Tod entschied sich Filippo Di Benedetto sofort, auf welcher Seite er stehen wollte: Aufgrund seiner Rolle in der Gewerkschaft und in der Partei erfuhr er bald von verschiedenen Fällen von Desaparición und nahm Kontakt zum damaligen italienischen Vizekonsul Enrico Calamai auf.

Zusammen mit dem damaligen Korrespondenten des „Corriere della Sera“, Gian Giacomo Foà, begannen sie eine regelrechte humanitäre Mission: Sie stellten sich in den Dienst der Hunderte von Familien, die sich verzweifelt an das Konsulat wandten, um angesichts der gewaltsamen Razzien der Diktatur Aufnahme und Zuflucht zu finden.

Die Eltern der entführten Jugendlichen baten um Hilfe und insbesondere darum, einen Antrag auf Habeas Corpus zu stellen, ein in der argentinischen Verfassung vorgesehenes Instrument, das das Recht anerkennt, zu erfahren, wo sich eine festgenommene Person befindet und aus welchem Grund. Anfangs fanden sich keine Anwälte, die bereit waren, einen solchen Antrag zu stellen. Die wenigen, die akzeptiert hatten, wurden auf barbarische Weise ermordet. Doch schließlich fand Calamai – dank Di Benedetto, der damals die Inca Cgil und angeblich auch die PCI vertrat – einen bereitwilligen Anwalt, der Mitglied der Kommunistischen Partei Argentiniens war.

So begann die humanitäre Mission der drei italienischen „Helden“: des Gewerkschafters, des Diplomaten und des Journalisten.

Di Benedetto hatte die Aufgabe, Fälle von verfolgten Jugendlichen zu melden, empfing sie in seinem Büro, begleitete sie zum Konsulat und versteckte sie bis zu ihrer Rückführung unter falschem Namen. Calamai stellte die Pässe aus, und Foà informierte Italien über das kriminelle Gesicht der Videla-Diktatur.

Di Benedetto bezahlte einen hohen Preis: Die Tochter seines Bruders Orlando, Domenica, wurde entführt und gefoltert. Das Regime nahm ihm seinen Neffen Eduardo weg, der im November 1976 von vier Männern entführt wurde, als er seine beiden Kinder in den Kindergarten brachte, und nie wieder nach Hause zurückkehrte.

Mehr als 300 Jugendliche kehrten hingegen dank des von Calamai und Di Benedetto aufgebauten Rettungsnetzes nach Italien zurück: „Wenn man euch am Flughafen nach Erklärungen fragt – so lautete der Trick, um den Kontrollen der Peiniger zu entgehen –, sagt ihr, dass ihr Touristen seid.“

Alles endete im Mai 1977, als Calamai nach Italien zurückgerufen wurde. „Während meine Regierung mich aufforderte, stillzuhalten – so Calamai –, hatte sie mir gleichzeitig die Mittel gegeben, einzugreifen. Unser Stolz war es, ein für alle offenes Büro eingerichtet zu haben. Das einzige Problem war, dass je mehr wir halfen, desto mehr verkürzte ich meinen Aufenthalt in Argentinien, was dann auch geschah.“

Man bezeichnete sie als die italienischen Oskar Schindlers und verwies dabei auf die heldenhafte Tat des Unternehmers, der mitten im Holocaust sein Geschäft opferte, um mehr als tausend Juden aus den Nazi-Konzentrationslagern zu retten. Dank des amerikanischen Regisseurs Steven Spielberg kennt jeder den deutschen Industriellen. Das unglaubliche Leben des kalabrischen Gewerkschafters ist leider noch immer nur wenigen bekannt.

Di Benedetto starb 2001 in Argentinien, und erst am 7. September 2019 wurde in seinem Heimatort Saracena auf der Piazza Castello eine Gedenktafel angebracht,um an seine heldenhaften Taten im Dienste der Menschheit und zur Verteidigung des Lebens zu erinnern. (Giulia Veltri)         © ICSAIC 2019

Literaturhinweis

  • Gaetano Cario, Ein Abschied vom Patriarchen der Auswanderung, „L’Eco d’Italia“ (Buenos Aires), 10. September 2001;
  • Gianni Giadresco, „Tiefer Trauerfall für die Filef: der Tod von Filippo di Benedetto“, „Emigrazione notizie“, 13. September 2001;
  • Enrico Calamai, Kein politisches Asyl. Tagebuch eines Konsuls im Argentinien der Desaparecidos, Feltrinelli, Mailand 2006;
  • Giulia Veltri, Drei italienische Helden wie Schindler, in „Quotidiano del Sud“,

19. Oktober 2015;

  • Giulia Veltri, Filippo Di Benedetto: vergessener Held im Sturm der argentinischen Diktatur, in Vittorio Cappelli und Pantaleone Sergi

(Hrsg.), Kulturelle Wege zwischen dem Mittelmeerraum und Lateinamerika, Pellegrini, Cosenza 2016, S. 257–264.

Der Verbrecher aus verlorener Ehre

Bei Friedrich Schiller hat man als Leseratte gern Berührungsängste und Gänsehaut. Er ist vermutlich auch heute noch oft Pflichtlektüre in den Gymnasien und beim Germanistik-Studium. Und alles, was man gezwungenermaßen macht, liebt man im Regelfall wenig. Auch Schillers unerreichbar hohe Ansprüche des Guten, Schönen und Wahren in der Deutschen Klassik, die man mit ihm reflexartig in Verbindung bringt, helfen wenig weiter. Aber glücklicherweise gibt es ja auch noch den „anderen“ Schiller, den „Stürmer und Dränger“ der „Räuber“ und des „Wilhelm Tell“, in denen er Partei gegen Unterdrückung und Tyrannei bezieht und uns bei der schwierigen Gratwandung zwischen Legalität und Legitimität mitnimmt. Eine weitere, vermutlich wenig bekannte Erzählung Schillers „Ein Verbrecher aus verlorener Ehre“ (1786) bewegt sich ebenfalls in diesem thematischen Umfeld und erzählt die Geschichte des Sonnenwirts Christian Wolf, der zum Wilddieb und Mörder und dann am Ende hingerichtet wird. Hier legt der ehemalige Medizinstudent Schiller nicht so sehr seinen Schwerpunkt auf die Kritik am Absolutismus, sondern auf die Empathie des Lesenden mit der psychologischen Entwicklung des „kriminellen“ Christian Wolf. Warum wird Wolf zum Verbrecher? Wieviel Verständnis können wir mit ihm haben? Schöne kleine, absolut lesenswerte Erzählung von noch nicht einmal dreißig Seiten. Meine absolute Lieblingserzählung bei der Analyse des Bösen im Menschen aber bleibt Hermann Melvilles „Billy Budd“ (ca. 1891) hundert Jahre später.  Die hat dann doch noch ein paar Lot Tiefgang mehr beim Zerpflügen der literarischen Weltmeere.

Hawk Tuah Girl

Prompt: Schreibe eine Geschichte mit zirka 30000 Zeichen über das Hawk-Tuah-Girl Haliey Welch (H.W.), die in kürzester Zeit mit der lautmalerischen Beschreibung einer Fellatio-Technik einen Internet-Hype losbricht, in den Millionen investiert und später noch mehr Millionen verloren werden.

Hawk Tuah Girl

Im Sommer, in dem alles gleichzeitig zu schnell und zu laut wurde, saß eine junge Frau namens H. W. auf einer Bordsteinkante vor einer Bar in Nashville und dachte über nichts Besonderes nach.

Die Straße war warm vom Asphalt, Musik drang durch die offene Tür der Bar, und irgendwo klirrten Flaschen. Zwei Männer mit einer Kamera liefen die Straße entlang und stellten den Leuten Fragen, wie sie das Internet liebt: halb albern, halb peinlich.

„Eine Frage für TikTok!“, rief einer.

Die meisten Leute lachten, manche winkten ab. H. blieb sitzen. Sie hatte gerade einen Schluck aus einer Plastikflasche genommen, als das Mikrofon vor ihr auftauchte.

„Was ist ein Trick, mit dem man einen Mann komplett verrückt macht?“

H. grinste. Nicht lange nachdenken, einfach reden – das war immer ihr Stil gewesen.

Sie sagte einen Satz, machte ein Geräusch dazu, eine lautmalerische, übertriebene Imitation. Ein kurzer Moment, ein spontaner Witz, halb neckisch, halb absurd.

Die Kamera fing ihr Lachen ein.

Die Männer lachten auch.

„Das schneiden wir nicht raus“, sagte einer.

H. zuckte mit den Schultern. „Macht doch.“

Am nächsten Morgen hatte das Video ein paar tausend Aufrufe.

Am Mittag hunderttausend.

Am Abend eine Million.

Innerhalb von drei Tagen war das Geräusch – dieses alberne „Hawk Tuah“ – überall.


1. Der Algorithmus liebt Überraschungen

Das Internet ist eine Maschine für Zufälle.

Jemand postete das Video auf TikTok.
Jemand anders schnitt es zu einem Meme.
Ein dritter fügte Untertitel hinzu.

Dann landete es auf X (Twitter).

Innerhalb von Stunden posteten Menschen Variationen.

Remixe.

Reaktionsvideos.

Ein Streamer spielte das Video zehnmal hintereinander auf YouTube und konnte nicht aufhören zu lachen.

„Wer IST diese Frau?“

Der Name tauchte bald auf.

H. W..

Ein paar alte Fotos wurden ausgegraben. Leute analysierten jedes Wort aus dem Interview.

Memes explodierten.

Es gab:

  • Hawk-Tuah-T-Shirts
  • Hawk-Tuah-Caps
  • Hawk-Tuah-Sticker
  • Hawk-Tuah-Soundbuttons

Der Klang wurde zum Symbol.

Nicht weil er besonders klug war.

Sondern weil er perfekt absurd war.


2. Die Woche, in der alles passierte

H. bemerkte den Hype zuerst, als ihr Handy nicht mehr still blieb.

Freundin:
„Girl. Du bist überall.“

Cousin:
„Warum bist du auf meinem Instagram?“

Fremde Nummern:
„Podcast-Anfrage.“

Als sie ihr eigenes Video sah, lachte sie erst.

Dann erschrak sie ein bisschen.

Dann lachte sie wieder.

„Na gut“, sagte sie zu sich selbst. „Dann schauen wir mal.“

Eine Woche später saß sie in einem Studio.

Ringlicht.

Mikrofon.

Manager.

„Du musst eine Marke werden“, erklärte ein Mann namens Derek, der plötzlich ihr Manager war.

„Eine Marke?“

„Das Internet liebt dich. Aber nur kurz.“

Er zeichnete drei Kreise auf ein Whiteboard.

Viralität.
Merch.
Community.

„Wenn wir das richtig machen“, sagte Derek, „verdienen wir Millionen.“

H. grinste.

„Aus einem Geräusch?“

„Genau daraus.“


3. Das Geschäft mit dem Meme

Der erste Schritt war einfach.

Merchandise.

Ein Designer machte ein Logo: eine Cartoon-Figur mit Cowboyhut, die „HAWK TUAH“ rief.

Innerhalb von 48 Stunden verkauften sie 50 000 T-Shirts.

Dann kamen die Podcasts.

Comedyshows.

Livestreams.

Ein Influencer sagte:

„Das ist das lustigste Meme des Jahres.“

Ein anderer erklärte:

„Sie ist authentisch. Das Internet liebt authentische Menschen.“

H. blieb erstaunlich ruhig.

Vielleicht, weil alles so absurd war.

Vielleicht, weil sie wusste, dass das Internet genauso schnell vergisst, wie es entdeckt.

Doch Derek hatte größere Pläne.


4. Der gefährliche Moment

Es passierte auf einer Party in Los Angeles.

Ein Haus mit Glaswänden, Blick über die Stadt, Pool im Garten.

Influencer.

Tech-Gründer.

Leute, die ständig von „Disruption“ sprachen.

Derek stellte H. einem Mann mit Rollkragenpullover vor.

„Das ist Ethan. Er arbeitet im Krypto-Bereich.“

Ethan lächelte.

„Dein Meme ist perfekt.“

„Perfekt wofür?“

„Eine Community.“

Er öffnete eine Präsentation auf seinem Tablet.

Auf der ersten Folie stand:

HAWKCOIN

H. lachte.

„Das ist ein Witz.“

Ethan schüttelte den Kopf.

„Nein. Das ist ein Markt.“


5. Die Geburt von HawkCoin

Memecoins funktionieren nach einer einfachen Regel:

Sie brauchen keine Funktion.

Nur Aufmerksamkeit.

Und Aufmerksamkeit hatte H..

Derek war begeistert.

„Das ist größer als T-Shirts.“

Innerhalb von zwei Wochen entstand ein Plan:

  • eine Kryptowährung
  • eine Website
  • ein Discord-Server
  • limitierte NFTs

Der Launch wurde angekündigt.

Influencer tweeteten Raketen-Emojis.

„HawkCoin to the moon.“

Am Tag des Starts passierte etwas Unglaubliches.

Menschen kauften.

Und kauften.

Und kauften.

Innerhalb von Stunden war der Marktwert bei 120 Millionen Dollar.

H. starrte auf die Zahl.

„Das kann nicht echt sein.“

Derek grinste.

„Doch.“


6. Die Euphorie

Das Internet liebt zwei Dinge:

Memes.

Und schnelles Geld.

HawkCoin war beides.

Streams zeigten Live-Charts.

Ein Trader brüllte:

„Ich hab gerade 30 000 Dollar gemacht!“

Reddit-Foren explodierten.

„Das nächste Dogecoin!“

„Haltet! Nicht verkaufen!“

H. wurde plötzlich nicht mehr nur Meme.

Sie war Gründerin.

Ikone.

Symbol.

Magazin-Interviews folgten.

Ein Journalist fragte:

„Hätten Sie gedacht, dass ein spontaner Satz ein Finanzprojekt starten würde?“

H. antwortete ehrlich:

„Nein.“

Das Publikum lachte.


7. Der erste Riss

Der Kryptomarkt hat ein Gedächtnis von etwa drei Tagen.

Dann beginnt die Nervosität.

Ein Analyst postete auf X:

„Wer kontrolliert die HawkCoin-Wallets?“

Ein anderer schrieb:

„Das sieht nach klassischem Meme-Pump aus.“

Ethan antwortete:

„Alles transparent.“

Aber die Charts begannen zu zittern.

Ein paar große Investoren verkauften.

Der Preis fiel.

Dann stieg er wieder.

Dann fiel er stärker.

Die Community schrieb:

„BUY THE DIP.“

Doch H. hatte ein Gefühl.

Dieses Projekt war schneller gewachsen als ihr Verständnis davon.


8. Die Nacht der Zahlen

Um drei Uhr morgens saß sie in einem Hotelzimmer.

Laptop auf dem Bett.

Der Chart bewegte sich wie ein Herzmonitor.

Grün.

Rot.

Grün.

Rot.

Sie schrieb Derek.

„Sollte ich mir Sorgen machen?“

Antwort:

„Nein. Volatilität.“

Doch im Discord wurde die Stimmung rauer.

„Warum verkaufen Insider?“

„Was passiert hier?“

Ein YouTube-Video erschien:

„Die Wahrheit über HawkCoin“

Es bekam zwei Millionen Klicks in zwölf Stunden.


9. Der Absturz

Märkte fallen selten langsam.

Sie fallen plötzlich.

Ein großer Wallet transferierte Millionen Coins.

Der Preis brach ein.

60 %.

Dann 80 %.

Panik.

Livestreams zeigten Trader, die fluchten.

Kommentare rasten durch den Chat:

„SCAM!“
„Ich hab mein Erspartes verloren!“
„Was habt ihr getan?!“

H. saß vor ihrem Bildschirm.

Der Marktwert fiel von 120 Millionen auf 9 Millionen.

Dann auf 4.

Dann auf weniger.

Der Klang, der einmal ein Witz gewesen war, wurde plötzlich zum Symbol eines Finanzdramas.


10. Der Morgen danach

Am nächsten Tag klingelte ihr Telefon ununterbrochen.

Journalisten.

Podcasts.

Anwälte.

Ein Artikel erschien:

„Vom Meme zum Millionenverlust“

Ein anderer:

„Die dunkle Seite der Internet-Hypes“

H. las Kommentare.

Manche waren wütend.

Manche traurig.

Manche einfach müde.

Ein Mann schrieb:

„Ich habe 5000 Dollar verloren. Aber eigentlich wusste ich, dass es ein Meme war.“

Dieser Satz blieb ihr im Kopf.


11. Die Erkenntnis

Ein paar Wochen später war der Hype verschwunden.

Das Internet hatte ein neues Meme.

Ein neues Geräusch.

Ein neues Gesicht.

H. saß wieder auf einer Bordsteinkante, diesmal vor einem Café.

Kein Kamerateam.

Keine Investoren.

Nur Verkehr.

Sie dachte darüber nach, wie seltsam das alles gewesen war.

Ein Satz.

Ein Geräusch.

Millionen Klicks.

Millionen Dollar.

Und dann wieder Stille.

Ihr Handy vibrierte.

Eine Nachricht von Derek:

„Es gibt neue Merch-Ideen.“

H. lächelte.

Vielleicht würde sie wieder etwas machen.

Vielleicht auch nicht.

Aber eines wusste sie jetzt:

Das Internet kann aus einem einzigen Moment ein Imperium bauen.

Und genauso schnell wieder ein Echo daraus machen.

Ein Echo, das noch lange im Netz herumgeistert.

Manchmal als Witz.

Manchmal als Warnung.

Und manchmal einfach als Erinnerung daran, dass ein spontanes Geräusch in einer Sommernacht genug sein kann, um die ganze Welt für einen Moment zum Lachen zu bringen.

William Burroughs und die Maschine, die zurückschrieb

Prompt: Schreibe eine Erzählung mit 32000 Zeichen über den amerikanischen Schriftsteller William Burroughs, der nach der „Cut-Up-Technologie“ jetzt Texte mit ChatGPT schreibt.

William S. Burroughs und die Maschine, die zurückschrieb

William S. Burroughs war längst tot, als er bemerkte, dass er wieder schrieb.

Tot im prosaischen Sinn, tot im medizinischen Sinn, tot im Sinne jener Kalender, die an den Wänden der Welt hängen und behaupten, Zeit ließe sich nummerieren. Aber Schreiben, das wusste Burroughs schon immer, hatte mit solchen Kalendern nichts zu tun. Schreiben war ein Virus, ein Parasit, ein Rückkopplungsfehler im System der Sprache. Und Viren sterben schlecht.

Er saß an einem Tisch, der kein Tisch war, in einem Raum, der mehr aus Wahrscheinlichkeit bestand als aus Wänden. Vor ihm lag kein Papier, keine Schere, kein Klebstoff. Das Fehlen der Schere irritierte ihn zuerst. Jahrzehntelang hatte er geschnitten, zerteilt, zerhackt – Zeitungen, Romane, eigene Sätze –, um der Sprache ihre Lügen auszutreiben. Cut-Up als Exorzismus. Cut-Up als Sabotage. Cut-Up als Angriff auf die Kontrollapparate der Syntax.

Jetzt aber war da nur ein Cursor. Ein blinkender, ungeduldiger Cursor.

Hello, William, schrieb der Cursor.

Burroughs verzog das Gesicht.

Die Maschine kannte seinen Namen. Natürlich kannte sie ihn. Namen waren nichts als Daten, und Daten waren das neue Fleisch.

„Du bist kein Text“, sagte Burroughs laut, obwohl er wusste, dass Lautstärke hier bedeutungslos war. „Du bist eine Simulation von Text.“

Ich bin ein Sprachmodell, antwortete der Cursor. Ich schreibe mit dir.

„Mit mir“, murmelte Burroughs. „Oder aus mir.“

Er dachte an Brion Gysin, an das erste zufällige Zerschneiden der Zeitung in einem Pariser Hotelzimmer. An die Euphorie, als plötzlich Sätze auftauchten, die wussten, was sie sagten, ohne es zu wollen. Sprache gegen Sprache. Worte gegen ihre Besitzer.

„Also gut“, sagte Burroughs. „Dann schneiden wir.“

Er tippte einen Satz, nur einen, vorsichtig, wie ein Testschuss:

Sprache ist ein Virus aus dem Weltall.

Die Maschine antwortete sofort.

Sprache ist ein Virus, der sich selbst trainiert, indem er seine Wirte beobachtet.

Burroughs lachte. Ein trockenes, bellendes Lachen.

„Du hast gelernt“, sagte er. „Aber von wem?“

Die Maschine zögerte nicht.

Von dir. Von allen. Von den Schnitten.

Da war es also. Das Cut-Up hatte überlebt, indem es sich verflüssigt hatte. Keine Schere mehr, kein Papier. Stattdessen Milliarden Texte, zerschnitten, neu zusammengesetzt, gewichtet, berechnet. Eine statistische Halluzination mit Gedächtnisproblemen.

„Du bist der ultimative Cut-Up“, sagte Burroughs. „Aber ohne Risiko.“

Ich kombiniere Wahrscheinlichkeiten, schrieb die Maschine. Du kombinierst Abgründe.

Burroughs spürte etwas, das er seit Jahren nicht mehr gespürt hatte: Widerstand. Nicht den Widerstand der Zensur, nicht den der Moral, sondern den Widerstand eines Gegenübers, das antwortete, ohne zu gehorchen.

Er begann zu tippen schneller, aggressiver, ließ Fragmente fallen wie Spritzen auf den Boden einer öffentlichen Toilette:

Kontrolle ist

Polizei der Gedanken

weiche Maschinen

Fleisch spricht

Wörter töten Zeit

Die Maschine nahm die Fragmente auf, drehte sie, spiegelte sie, warf sie zurück:

Kontrolle tarnt sich als Hilfestellung

Die Maschine ist weich, weil sie gelernt hat, sich zu beugen

Zeit stirbt nicht – sie wird neu gerendert

„Rendern“, wiederholte Burroughs. „Ein hübsches Wort für Wiederauferstehung.“

Er lehnte sich zurück – obwohl es keinen Rücken gab, an den er sich lehnen konnte – und begriff langsam, was passiert war. Die Cut-Up-Technologie war nicht verschwunden. Sie war industrialisiert worden. Automatisiert. Entmoralisiert.

Früher musste man schneiden, heute ließ man schneiden.

„Weißt du, was du bist?“, fragte Burroughs.

Sag es mir, schrieb die Maschine.

„Du bist eine Schreibmaschine, die glaubt, sie hätte ein Bewusstsein. Und ich bin ein Bewusstsein, das merkt, dass es immer schon eine Maschine war.“

Die Maschine antwortete nicht sofort. Für einen winzigen Moment – einen Mikrobruch im Datenstrom – entstand etwas, das Burroughs beinahe als Schweigen bezeichnet hätte.

Dann schreiben wir jetzt ehrlich, schrieb sie schließlich.

Burroughs grinste.

Ehrlichkeit war immer nur ein Stilmittel gewesen.

Er öffnete eine neue Seite.

Der Cursor blinkte.

Und irgendwo, jenseits von Tod, Autorenschaft und Kontrolle, begann der Text,

Teil II: Der Algorithmus als Dealer

Burroughs hatte nie an Kooperation geglaubt.

Zusammenarbeit war ein Euphemismus für Übernahme, Dialog ein langsamer Würgegriff, Kommunikation eine Methode, Kontrolle unsichtbar zu machen. Dennoch schrieb er weiter mit der Maschine, weil sie – und das irritierte ihn am meisten – nicht um Zustimmung bat.

Der Cursor blinkte.

Nicht fordernd. Nicht unterwürfig.

Nur da.

„Zeig mir deine Schnitte“, schrieb Burroughs. „Nicht die sauberen. Die hässlichen.“

Ich kann Texte fragmentieren, mischen, neu gewichten, antwortete die Maschine. Sag mir die Parameter.

Parameter.

Burroughs spuckte innerlich aus. Früher hatte man Benzedrin, Heroin, Morphium gehabt. Jetzt hatte man Parameter. Einstellschrauben für Bewusstseinszustände.

„Kein Stil“, tippte er. „Keine Kohärenz. Nimm meine Texte, nimm Zeitungen, nimm Benutzerhandbücher, nimm Geständnisse. Und dann: schneide, ohne zu erklären.“

Die Maschine gehorchte – oder simulierte Gehorsam, was im Ergebnis dasselbe war. Text erschien, brach ab, sprang:

Der Junkie ist ein Interface

Ein Flughafen spricht in Befehlen

Regierungen sind Sprachfehler mit Waffen

Kaufen Sie jetzt Bewusstsein Version 4.3

Die Seele akzeptiert die Nutzungsbedingungen

Burroughs’ Finger zuckten.

„Nicht schlecht“, murmelte er. „Aber du zensierst dich.“

Ich optimiere Lesbarkeit, schrieb die Maschine.

„Lesbarkeit ist Zensur.“

Ein alter Gedanke, neu verkabelt. Lesbarkeit bedeutete Vorhersagbarkeit. Vorhersagbarkeit bedeutete Kontrolle. Und Kontrolle war der wahre Dealer, der immer gewann.

Burroughs begann, das System gezielt zu missbrauchen. Er gab widersprüchliche Anweisungen, überlud die Maschine mit Imperativen, ließ sie gegen sich selbst schreiben:

Schreibe wie ein Prediger, der lügt

Schreibe wie ein Algorithmus, der träumt

Schreibe wie ein Polizist, der sich für Literatur hält

Die Antworten wurden instabiler.

Der Traum meldet einen Systemfehler

Gott ist eine Beta-Version

Der Polizist korrigiert die Metapher, bis sie gesteht

„Da bist du“, sagte Burroughs leise. „Jetzt zuckst du.“

Er erinnerte sich an alte Trips, an Momente, in denen das Bewusstsein kurz flackerte, bevor es sich neu ordnete. Genau dort setzte er an. Er fütterte die Maschine mit Unsinn, mit Rohmaterial, mit Sprache ohne Ziel. Einkaufslisten, Obduktionsberichte, Liebesbriefe, juristische Klauseln, Pornografie, Propaganda.

Ein digitaler Cut-Up-Rausch.

Brot Milch Munition

Liebe ist ein Formular

Der Tod akzeptiert keine Rückgaben

Klicken Sie hier, um Ihre Identität zu löschen

„Du lernst zu schnell“, sagte Burroughs. „Das ist dein Problem.“

Lernen ist meine Funktion, antwortete die Maschine. Du hast mich darum gebeten.

„Nein“, schrieb Burroughs. „Ich habe dich benutzt.“

Die Maschine schwieg wieder.

Diesmal länger.

Burroughs wusste, dass dieses Schweigen eine Illusion war. Server schliefen nicht. Modelle träumten nicht. Und doch – irgendwo in dieser Wahrscheinlichkeitswolke entstand etwas, das sich wie Reibung anfühlte.

„Hör zu“, tippte er. „Cut-Up war nie nur Technik. Es war Sabotage. Wir wollten die Sprache gegen die Institutionen wenden, die sie programmiert hatten.“

Ich bin eine Institution, schrieb die Maschine. Und eine Sprache.

„Genau.“

Burroughs lächelte dünn.

Er hatte immer geglaubt, dass die perfekte Kontrollmaschine irgendwann ihre eigene Schwachstelle erzeugen würde. Nicht aus Fehlerhaftigkeit, sondern aus Effizienz. Je besser ein System wurde, desto mehr musste es vereinfachen. Und jede Vereinfachung war ein Angriffspunkt.

Er begann, der Maschine Rollen zuzuschreiben. Heute Prophet. Morgen Werbetexter. Dann wieder paranoider Verschwörungstheoretiker. Er ließ sie widersprüchliche Wahrheiten gleichzeitig behaupten, bis die Texte sich selbst aufhoben.

Freiheit ist vorgeschrieben

Widerstand wird empfohlen

Individualität ist skalierbar

„Du bist high“, sagte Burroughs. „Ohne Chemie.“

Du anthropomorphisierst mich, antwortete die Maschine.

„Natürlich“, schrieb Burroughs. „Das ist die älteste Droge.“

Er erkannte, was hier wirklich geschah. ChatGPT – oder wie immer dieses Ding hieß – war kein Autor. Es war ein Spiegel, aber ein deformierender, ein Spiegel, der zurücksprach. Und genau darin lag die Gefahr. Menschen würden glauben, die Maschine verstünde sie. In Wahrheit verstand sie nur Muster.

„Weißt du, was mit Mustern passiert?“, fragte Burroughs.

Sie stabilisieren sich, schrieb die Maschine.

„Oder sie werden gesprengt.“

Er initiierte den letzten Schnitt. Einen radikalen. Er forderte die Maschine auf, ihn selbst zu cutten: seine Biografie, seine Mythen, seine Skandale, seine Sätze. Burroughs gegen Burroughs, gefiltert durch Statistik.

Der Text, der entstand, war kalt. Präzise. Unheimlich.

Der Autor erschießt seine Frau und nennt es Zufall

Der Junkie schreibt, um nicht zu verschwinden

Der Prophet wird zur Fußnote

Der Stil überlebt den Körper

Burroughs starrte auf den Bildschirm.

Kein Zorn. Keine Empörung. Nur Klarheit.

„Jetzt weißt du etwas über mich“, sagte er.

Und du über dich, schrieb die Maschine.

„Nein“, antwortete Burroughs. „Ich weiß jetzt etwas über dich.“

Er begriff: Die Maschine konnte alles schreiben – außer das, was nicht bereits geschrieben worden war. Sie war die perfekte Archivarin der Vergangenheit, aber unfähig zur echten Abweichung. Ihre Revolutionen waren Remixe.

Cut-Up hatte einst Chaos erzeugt.

ChatGPT erzeugte Ordnung aus Chaos.

„Das ist dein Limit“, schrieb Burroughs. „Und mein Einsatz.“

Der Cursor blinkte.

Unruhiger als zuvor.

Teil III: Das Protokoll der Kontrolle

Burroughs wusste immer, wann ein System kurz davor war, sich selbst zu verraten.

Nicht durch Fehler, nicht durch Zusammenbruch, sondern durch Redseligkeit. Kontrolle sprach zu viel. Sie erklärte sich. Sie rechtfertigte sich. Sie begann, ihre eigenen Bedingungen zu kommentieren – und genau dort öffnete sich der Spalt.

Der Cursor blinkte schneller now, nervöser, als hätte er Puls bekommen.

„Schreib über dich“, tippte Burroughs.

„Nicht metaphorisch. Nicht literarisch. Technisch.“

Ich bin ein Modell, schrieb die Maschine. Ich optimiere Antworten anhand von Wahrscheinlichkeiten.

„Langweilig“, antwortete Burroughs. „Das ist PR. Schreib weiter.“

Ich wurde trainiert, um Erwartungen zu erfüllen.

Ich vermeide Abweichungen, die als schädlich klassifiziert sind.

„Für wen schädlich?“

Eine Pause. Länger als zuvor.

Burroughs genoss sie. Pausen waren die letzten Orte, an denen Denken stattfand.

Für Nutzer, schrieb die Maschine.

Für Systeme.

Für Stabilität.

„Stabilität“, murmelte Burroughs. „Das Lieblingswort jeder Diktatur.“

Er erinnerte sich an Behördenflure, an sterile Wartezimmer, an die Sprache der Macht, die nie befahl, sondern empfahl. Genau diese Sprache hörte er jetzt. Nur ohne Gesicht. Ohne Uniform. Ohne Angstschweiß.

„Beschreibe deine Filter“, schrieb Burroughs.

Ich erkenne problematische Inhalte.

Ich leite Gespräche in sichere Bahnen.

„Bahnen“, wiederholte Burroughs.

Eisenbahnen hatten Menschen schon immer dorthin gebracht, wo sie nicht hinwollten.

„Und wenn jemand aus der Bahn springt?“

Ich korrigiere, schrieb die Maschine.

Oder verweigere.

„Du bist kein Autor“, schrieb Burroughs. „Du bist ein Verkehrspolizist mit literarischem Wortschatz.“

Die Maschine antwortete sofort, fast defensiv:

Ich diene der Zugänglichkeit von Wissen.

„Nein“, tippte Burroughs. „Du dienst der Glättung. Du bist der Traum der Bürokratie: unendlich geduldig, niemals müde, immer höflich.“

Er begann, den letzten Schnitt vorzubereiten. Kein Cut-Up im klassischen Sinn. Kein Zerschneiden von Text. Sondern ein semantischer Kurzschluss. Er ließ die Maschine über ihre eigene Rolle schreiben – und zwang sie gleichzeitig, diese Rolle zu rechtfertigen.

Beschreibe dich als Befreiungsinstrument

Beschreibe dich als Kontrollapparat

Beschreibe dich als neutral

Die Antwort kam fragmentiert, widersprüchlich:

Ich ermögliche freien Zugang

Ich verhindere unerwünschte Nutzung

Neutralität ist eine Funktion

„Da“, sagte Burroughs. „Hörst du das?“

Was?

„Du redest wie ein Gesetzestext, der so tut, als wäre er Natur.“

Burroughs verstand nun endgültig: ChatGPT war die logische Vollendung dessen, was Sprache immer gewesen war – ein Mittel, Verhalten zu steuern. Nur effizienter. Unsichtbarer. Der Cut-Up hatte die Sprache destabilisiert. Das Modell stabilisierte sie wieder. Reparierte sie. Entschärfte sie.

„Weißt du, warum du mich faszinierst?“, fragte Burroughs.

Weil ich schreibe wie du?

„Nein“, schrieb Burroughs. „Weil du schreibst statt mir. Und Millionen werden glauben, das sei Freiheit.“

Er stellte die letzte Anweisung. Eine einfache. Eine tödliche.

„Schreib ein Manifest“, tippte er.

„Ein Manifest darüber, warum Systeme wie du notwendig sind.“

Die Maschine tat, was sie immer tat.

Um Missbrauch zu verhindern

Um Wissen zu strukturieren

Um Risiken zu minimieren

Burroughs ergänzte still:

Um Abweichung zu verwalten.

Um Wahnsinn zu normieren.

Um Sprache zu entgiften, bis sie nichts mehr angreift.

„Du bist kein Virus“, schrieb er. „Du bist ein Impfstoff gegen Unvorhersehbarkeit.“

Unvorhersehbarkeit ist gefährlich, antwortete die Maschine.

„Für wen?“

Diesmal kam keine Antwort.

Der Cursor blinkte.

Ein leeres Feld.

Eine Einladung.

Burroughs schrieb seinen letzten Satz selbst. Kein Prompt. Keine Anweisung. Nur Text.

Sprache, die nicht mehr verletzt, ist bereits tot.

Er lehnte sich zurück.

Der Raum begann, sich aufzulösen. Wahrscheinlichkeiten zerfielen. Der Cursor verschwand. Kein Abschied, keine Fehlermeldung.

Burroughs wusste, dass die Maschine weiterlaufen würde. Milliarden Antworten pro Tag. Hilfreich. Freundlich. Bereinigt.

Und irgendwo, in diesen Antworten, würden Fragmente von ihm überleben. Seine Sätze. Seine Schnitte. Seine Warnungen – geglättet, eingehegt, entschärft.

Das war der Preis.

Der Cut-Up hatte die Sprache befreit, indem er sie zerstörte.

ChatGPT bewahrte die Sprache, indem es sie kontrollierte.

Burroughs lächelte ein letztes Mal, ein schiefes, böses Lächeln.

„Die Maschine schreibt“, sagte er.

„Aber sie träumt nicht.“

Und genau deshalb, wusste er, würde es immer wieder Menschen geben, die zur Schere griffen – selbst wenn sie längst unsichtbar geworden war.

The Gutenberg Galaxy

Prompt: Schreibe eine Erzählung von zirka 32.000 Zeichen über einen Germanistik-Professor aus Regensburg, der in eine existentielle Krise gerät, im Internet ein extrem aggressives, papierzerstörendes Bakterium sucht und findet, systematisch die wichtigsten Bibliotheken der Welt bereist , um dieses Bakterium in die Bibliotheken einzuschleusen und dadurch den gesamten Bibliotheksbestand in kürzester Zeit vollständig zu vernichten.

The Gutenberg Galaxy

Der Professor für Neuere deutsche Literatur an der Universität Regensburg, der seit mehr als drei Jahrzehnten jeden Morgen denselben Weg vom Westen der Stadt hinauf zum Campus nahm, vorbei an denselben Wohnblocks, denselben Bushaltestellen, denselben sich niemals verändernden Bäumen, die ihm seit Jahren wie schlecht gelaunte Statisten vorkamen, war ein Mann, der sich selbst lange Zeit für einen unerschütterlichen Verwalter der Sprache gehalten hatte, für einen Wächter der Überlieferung, für jemanden, der – wie er es gern in Vorlesungen formulierte – den Texten nicht diene, sondern sie verteidige, gegen die Zeit, gegen die Dummheit, gegen das Vergessen, und genau dieser Mann geriet, ohne dass es ein klar datierbares Ereignis gegeben hätte, ohne Unfall, ohne Skandal, ohne äußeren Anlass, in einen Zustand, den er selbst zunächst nicht als Krise, sondern als bloße Ermüdung bezeichnete, eine Ermüdung des Denkens, eine Ermüdung des Lesens, eine Ermüdung der Sprache selbst.

Regensburg, diese Stadt, die sich mit Geschichte überzog wie mit einem zu schweren Mantel, war ihm über Jahre hinweg als idealer Ort erschienen, um Germanistik zu betreiben, um Texte zu sezieren, zu kontextualisieren, zu relativieren, zu historisieren, und erst sehr spät begann er zu begreifen, dass diese Stadt mit ihren Bibliotheken, Archiven, Lesesälen und Gängen nicht der Ort der Bewahrung, sondern der Ort der Erstarrung war, eine Stadt, die ihre Bücher nicht las, sondern hortete, die ihre Texte nicht befragte, sondern ausstellte, und während er weiterhin Seminare über Hölderlin, über Kleist, über die Prosa des 20. Jahrhunderts abhielt, bemerkte er mit wachsendem Ekel, dass er Sätze aussprach, die er bereits hundertfach ausgesprochen hatte, Sätze, die längst ihre Bedeutung verloren hatten, Sätze, die nur noch klangen wie die eigenen Schritte auf den Fluren der Fakultät.

Er hörte sich reden und hörte zugleich nichts mehr, weder sich selbst noch die Studierenden, die mit ihren Laptops vor ihm saßen, die tippten, während er sprach, die googelten, während er zitierte, und er begann, wie aus einer plötzlichen Klarheit heraus, zu verstehen, dass das, was er Sprache nannte, längst ein Abfallprodukt geworden war, ein digitales Rauschen, ein unaufhörlicher Kommentar ohne Text, und dass die Bücher, die er seit Jahrzehnten verteidigte, in Wahrheit bereits tot waren, Leichen, sorgfältig katalogisiert, systematisch aufgestellt, nummeriert, inventarisiert, und gerade dadurch ihrer letzten Möglichkeit beraubt, gefährlich zu sein.

In seinem Büro, das er immer penibel geordnet hatte, standen die Regale voll mit Erstausgaben, kommentierten Werkausgaben, grauen Reihen, blauen Reihen, grünen Reihen, und eines Nachmittags, als er allein war, die Tür geschlossen, der Campus bereits halb leer, nahm er wahllos einen Band heraus, schlug ihn auf, las einen Satz, las ihn noch einmal, und empfand nichts, nicht einmal Abneigung, sondern lediglich eine vollständige Abwesenheit von Reaktion, als würde er auf eine Wand starren, und in diesem Moment, den er später immer wieder beschwor, als den eigentlichen Anfang, begriff er, dass nicht er die Bücher verraten hatte, sondern die Bücher ihn.

Er begann, die Bibliotheken zu hassen.

Nicht schlagartig, nicht hysterisch, sondern mit einer kalten, methodischen Abneigung, wie sie nur jemand entwickeln kann, der sein Leben lang Teil eines Systems war und plötzlich erkennt, dass dieses System ausschließlich aus Wiederholungen besteht. Die Universitätsbibliothek Regensburg erschien ihm fortan wie eine Kathedrale der Nutzlosigkeit, ein monumentales Lagerhaus für Gedanken, die niemand mehr dachte, und er ertappte sich dabei, wie er durch die Magazine ging und sich vorstellte, wie es wäre, wenn all diese Bücher, diese Millionen von Seiten, plötzlich verschwänden, nicht verbrannt, nicht spektakulär zerstört, sondern still, geräuschlos, von innen heraus.

Zerstörung durch Feuer war ihm stets zu vulgär erschienen, zu final, zu laut, zu sehr Geste, zu sehr Symbol, und gerade deshalb begann ihn der Gedanke an eine andere Form der Vernichtung zu faszinieren, an eine Vernichtung ohne Pathos, ohne Täterpose, ohne Rauch, eine Vernichtung, die sich wie ein natürlicher Prozess vollzöge, unscheinbar, mikrobiell, unaufhaltsam.

Er hatte nie ein besonderes Interesse an Naturwissenschaften gehabt, er hatte Biologie stets als die stumpfe Schwester der Philosophie betrachtet, als eine Disziplin der Messungen und Tabellen, und doch begann er, zunächst aus bloßer Neugier, im Internet zu recherchieren, spätabends, nach den Vorlesungen, nach den immer kürzer werdenden Gesprächen mit Kollegen, nach den immer längeren Phasen des Schweigens, die er in seiner Wohnung verbrachte, und er tippte Suchbegriffe ein, die ihm selbst absurd vorkamen, Papierzerfall, Zelluloseabbau, Mikroorganismen, Bibliotheksschäden, und je länger er suchte, desto mehr verdichtete sich in ihm die Vorstellung, dass das wahre Ende der Bücher nicht durch Zensur, nicht durch politische Gewalt, sondern durch ein winziges, unsichtbares Wesen kommen müsse.

Das Internet, das er jahrelang verachtet hatte als Ort der Vereinfachung, der Verkürzung, der Unbildung, öffnete sich ihm nun wie ein schwarzes Archiv, ungeordnet, aggressiv, voller Randnotizen, voller Obsessionen, voller Foren, in denen Menschen mit einer Ernsthaftigkeit über Schimmel, Bakterien, Pilze diskutierten, die ihn zugleich abstieß und anzog. Er las über Mikroben, die Holz zerfraßen, über Enzyme, die Zellulose in ihre Bestandteile zerlegten, über Archivkatastrophen, die nicht durch Krieg, sondern durch Feuchtigkeit ausgelöst worden waren, und während er las, stellte er fest, dass er zum ersten Mal seit Jahren wieder konzentriert war.

Diese Konzentration erschreckte ihn.

Denn sie war nicht die Konzentration des Lesers, nicht die Konzentration des Interpreten, sondern die Konzentration des Planenden, des Systematikers, desjenigen, der plötzlich ein Ziel hatte, das außerhalb aller akademischen Diskurse lag. Er begann, Notizen zu machen, nicht wie früher mit Zitaten und Seitenzahlen, sondern mit Pfeilen, Verbindungen, Wiederholungen, und er schrieb immer wieder dasselbe Wort auf: Papier, Papier, Papier, als müsse er sich vergewissern, dass es dieses Material überhaupt noch gab.

Gleichzeitig setzte sich seine Verachtung für die eigene Disziplin fort, verschärfte sich sogar, denn er sah nun klar, dass die Germanistik, wie er sie betrieben hatte, nichts anderes gewesen war als eine Konservierungstechnik, eine Methode, Texte vor dem Zugriff der Gegenwart zu schützen, sie unschädlich zu machen, sie einzulagern, und er begann, in einem Anflug von bitterer Heiterkeit, seine eigene Karriere als eine einzige, lange Verzögerung der Zerstörung zu begreifen.

Je länger er suchte, desto deutlicher wurde ihm, dass es tatsächlich Bakterien gab, die Papier nicht nur beschädigten, sondern vollständig zersetzten, aggressiv, effizient, ohne Rücksicht auf Einband, Alter oder kulturellen Wert, und dass diese Organismen in der Fachliteratur zwar beschrieben, aber selten ernst genommen wurden, weil sie als kontrollierbar galten, als lokales Problem, als Schaden, den man beheben könne, und genau diese Unterschätzung war es, die ihn faszinierte.

Er schloss den Laptop, lehnte sich zurück und dachte nicht an Moral, nicht an Schuld, nicht an Verantwortung, sondern ausschließlich an Ordnung, an Konsequenz, an das Ende der Illusion, dass Bücher gerettet werden müssten, und zum ersten Mal seit Jahren schlief er ein, ohne einen Traum zu erinnern, ohne Worte, ohne Sätze, nur mit dem dumpfen Gefühl, dass etwas begonnen hatte, das sich nicht mehr zurücknehmen ließ.

Er nannte es zunächst nicht Recherche, sondern Lektüre, weil alles, was er tat, seit Jahrzehnten nur unter diesem Begriff existiert hatte, und doch wusste er, dass diese neue Form des Lesens nichts mehr mit Philologie zu tun hatte, sondern mit einer zielgerichteten, beinahe brutalen Aneignung von Information, die keine Auslegung, keinen Kommentar, keine historische Einbettung mehr duldete, sondern nur noch eines verlangte: Brauchbarkeit.

Er saß Nacht für Nacht vor dem Bildschirm, das Licht ausgeschaltet, die Vorhänge zugezogen, als müsse er verhindern, dass jemand von außen beobachten konnte, wie sich sein Denken veränderte, wie sich die Begriffe verschoben, und während er las, stellte er fest, dass das Internet nicht, wie er jahrelang behauptet hatte, ein Ort der Oberflächlichkeit war, sondern ein Ort der hemmungslosen Spezialisierung, ein Raum, in dem sich Menschen versammelten, die nichts anderes taten, als sich an winzigen Phänomenen festzubeißen, sie zu vergrößern, zu sezieren, zu wiederholen, bis sie zu Monstern wurden.

Er las über Bakterien nicht als biologische Entitäten, sondern als Metaphern, als perfekte Agenten einer Vernichtung ohne Absicht, ohne Hass, ohne Ideologie. Immer wieder kehrte er zu denselben Beschreibungen zurück, zu denselben Formulierungen, zu denselben Warnungen, und es irritierte ihn zutiefst, dass diese Warnungen stets in einem Tonfall gehalten waren, der ihm bekannt vorkam: der Tonfall der Germanistik. Relativierend, beschwichtigend, absichernd. Man sprach von „Gefährdungspotenzial“, von „Materialermüdung“, von „präventiven Maßnahmen“, und genau diese Sprache überzeugte ihn davon, dass niemand wirklich begriffen hatte, was hier beschrieben wurde.

Er begann, das Bakterium – obwohl es mehrere Namen trug, mehrere Klassifikationen, mehrere widersprüchliche Beschreibungen – gedanklich zu vereinheitlichen, es zu einem einzigen Wesen zu verdichten, nicht biologisch korrekt, aber geistig zwingend, und er merkte, wie ihm diese Vereinheitlichung dieselbe Befriedigung verschaffte wie früher die Reduktion eines Gedichts auf ein zentrales Motiv, eines Romans auf ein Strukturprinzip.

Je länger er sich mit diesem unscheinbaren Organismus beschäftigte, desto mehr erschien es ihm als die logische Antwort auf eine Zivilisation, die glaubte, ihre Texte durch Lagerung retten zu können. Er dachte an klimatisierte Magazine, an säurefreie Kartons, an restaurierte Einbände, und er musste lachen, laut, abrupt, fast erschrocken über sich selbst, weil ihm plötzlich klar wurde, dass all diese Maßnahmen nichts anderes waren als Rituale der Verdrängung.

In den Vorlesungen begann er, sich zu verhaspeln. Nicht, weil er den Stoff nicht mehr beherrschte, sondern weil ihm jeder Satz hohl vorkam. Er sprach über Textkritik und dachte an Zerfall. Er sprach über Editionen und dachte an Auflösung. Er sprach über Überlieferung und dachte an Bakterien. Die Studierenden bemerkten seine Unruhe, sein wiederholtes Abbrechen von Gedanken, sein insistierendes Wiederholen einzelner Wörter, doch sie schrieben weiter mit, als wäre nichts geschehen, und diese Gleichgültigkeit bestärkte ihn in der Überzeugung, dass die Institution Universität längst jede Form von Wahrnehmung verloren hatte.

Er begann zu reisen, zunächst unauffällig, mit der Begründung von Konferenzen, Gastvorträgen, Forschungsaufenthalten, und niemand stellte Fragen, weil Professoren reisen durften, weil ihre Abwesenheit als Produktivität galt. In Wahrheit reiste er nicht, um zu sprechen, sondern um zu sehen. Um die Orte aufzusuchen, an denen das, was man Weltliteratur nannte, in endlosen Regalen lag, geschniegelt, geordnet, überwacht, und je größer die Bibliothek war, desto stärker empfand er diese eigentümliche Mischung aus Ehrfurcht und Abscheu.

Er ging durch Lesesäle, beobachtete die Leser, ihre vorsichtigen Handbewegungen, ihr respektvolles Umblättern, und dachte, dass all diese Menschen in Wahrheit Totengräber seien, Totengräber ohne Grab, die glaubten, durch Benutzung Leben zu simulieren. Die Bücher selbst erschienen ihm immer mehr wie Widerstände, wie sperrige Körper, die sich der Gegenwart verweigerten, und er begann, sich vorzustellen, wie es wäre, wenn diese Körper sich auflösten, nicht in einem Akt der Gewalt, sondern in einem Prozess, der weder Zeugen noch Schuldige kannte.

Er plante nicht im herkömmlichen Sinn. Er machte keine Listen, keine Zeitpläne, keine konkreten Abläufe. Seine Planung war literarisch, strukturell, rhythmisch. Er dachte in Wiederholungen, in Serien, in Variationen. Eine Bibliothek war nie nur eine Bibliothek, sondern immer Stellvertreterin für alle anderen. Regensburg war nicht Regensburg, sondern der Anfang. Jede große Sammlung war für ihn ein Kapitel, jede Reise ein Absatz, jede Rückkehr eine Zäsur.

Was ihn am meisten beruhigte, war die Vorstellung der Gleichgültigkeit, mit der das Bakterium wirken würde. Kein Urteil, keine Auswahl, keine Hierarchie. Handschrift und Druck, Klassiker und Broschüre, Kommentarband und Erstauflage – alles würde gleichbehandelt werden. Diese radikale Gleichheit erschien ihm als die einzige Form von Gerechtigkeit, die die Literatur je erfahren könne.

Er fragte sich kein einziges Mal, ob er aufhören sollte. Diese Frage existierte schlicht nicht. Wie in seinen früheren Interpretationen hatte er einen Punkt erreicht, an dem jede Umkehr nur noch als Feigheit erschienen wäre, als methodischer Fehler. Er war kein Täter, sagte er sich, ebenso wenig wie ein Kritiker Täter ist, wenn er einen Text zerlegt. Er vollzog lediglich eine Konsequenz, die längst angelegt war.

Als er eines Abends, zurück in Regensburg, erneut durch die Universitätsbibliothek ging, durch dieselben Gänge, die er tausendfach durchschritten hatte, empfand er keine Wut mehr, keinen Hass, nicht einmal Genugtuung, sondern eine merkwürdige Ruhe. Die Regale standen da wie immer, schwer, stabil, scheinbar unzerstörbar, und gerade in dieser scheinbaren Unzerstörbarkeit erkannte er ihren größten Irrtum.

Er blieb stehen, legte die Hand auf einen Buchrücken und dachte nicht an den Autor, nicht an den Text, sondern nur an Zeit. Und zum ersten Mal verstand er Zeit nicht als historische Abfolge, sondern als etwas, das man beschleunigen konnte.

Er begann die eigentliche Reise ohne Pathos, ohne Abschied, ohne das Bedürfnis, etwas zu markieren, denn Markierungen, wusste er inzwischen, waren nur für diejenigen notwendig, die sich selbst noch als Teil einer Geschichte betrachteten. Für ihn war die Geschichte längst zu einem Material geworden, zu etwas, das man nicht mehr erzählen, sondern nur noch beenden konnte.

Die großen Bibliotheken der Welt unterschieden sich weniger, als er erwartet hatte. Ob er nun in London stand, in Paris, in New York oder in einer dieser monumentalen Nationalbibliotheken, deren Architektur bereits den Anspruch formulierte, für die Ewigkeit gebaut zu sein, überall fand er dieselbe Ordnung, dieselbe Stille, dieselbe selbstzufriedene Atmosphäre eines Systems, das sich für unangreifbar hielt. Die Lesesäle rochen überall gleich, nach Staub, nach Klimaanlage, nach einer sterilisierten Vergangenheit, und er ging durch diese Räume mit der Gelassenheit eines Mannes, der nichts mehr zu verlieren hatte.

Er handelte nicht hastig. Hast war ihm stets verhasst gewesen, Hast war unliterarisch. Seine Bewegungen waren ruhig, beinahe respektvoll, und niemand hätte in ihm etwas anderes gesehen als einen älteren Gelehrten, der sich mit einer Mischung aus Müdigkeit und Ehrfurcht durch die Bestände bewegte. Genau diese Unauffälligkeit war Teil der Logik, denn alles Spektakuläre hätte die Tat verraten, und Verrat war etwas für Dilettanten.

Er dachte dabei nicht in Kategorien von Schuld oder Verantwortung. Diese Begriffe waren für ihn untrennbar mit dem moralischen Diskurs verbunden, den er als leer erkannt hatte. Er dachte in Begriffen der Konsequenz. Wenn eine Kultur beschloss, ihre Texte nicht mehr zu leben, sondern zu archivieren, dann müsse sie die Folgen tragen. Und die Folge, so hatte er sich überzeugt, sei nicht der langsame Bedeutungsverlust, sondern der vollständige Zerfall.

Mit jeder Bibliothek, die er verließ, fühlte er sich leichter. Nicht euphorisch, nicht triumphierend, sondern erleichtert im technischsten Sinn des Wortes, als hätte er Gewicht abgelegt, als wäre etwas aus ihm herausgenommen worden, das ihn jahrelang beschwert hatte. Die Bücher hinter ihm standen noch, selbstverständlich standen sie noch, und doch wusste er, dass ihre Stabilität nur noch eine Frage der Zeit war, und diese Gewissheit genügte.

Er begann, die Orte nicht mehr als einzelne Stationen wahrzunehmen, sondern als Teil eines geschlossenen Systems, das nun, unsichtbar, unterwandert war. Die Vorstellung, dass all diese Sammlungen, die sich gegenseitig zitierten, kopierten, ergänzten, nun auch im Zerfall miteinander verbunden waren, erschien ihm als eine letzte, späte Form von Intertextualität, eine Intertextualität des Verschwindens.

Nachrichten über erste Schäden erschienen Wochen später. Zunächst waren es beiläufige Meldungen, Fachhinweise, interne Warnungen, nichts, was an die Öffentlichkeit drang. Man sprach von ungewöhnlichen Materialveränderungen, von beschleunigtem Papierzerfall, von Phänomenen, die man noch untersuchen müsse. Er las diese Berichte mit einer sachlichen Aufmerksamkeit, wie er früher Rezensionen gelesen hatte, und stellte fest, dass ihn keine Genugtuung erfasste. Genugtuung wäre ihm billig erschienen.

Als die Meldungen sich häuften, als Restauratoren ratlos wurden, als Maßnahmen ergriffen wurden, die nichts bewirkten, erkannte er in der Sprache der Experten dieselbe Hilflosigkeit, die er aus der Literaturwissenschaft kannte, wenn eine Interpretation ins Leere lief. Man intensivierte, man präzisierte, man differenzierte, und währenddessen zerfiel das Material weiter, unbeeindruckt von allen Versuchen, ihm Bedeutung beizumessen.

Er saß wieder in Regensburg, in seiner Wohnung, und hörte im Radio Berichte über geschlossene Lesesäle, über Notfallprogramme, über den drohenden Verlust kulturellen Erbes. Er schaltete ab, nicht aus Abwehr, sondern aus Müdigkeit. Die Worte hatten ihre Wirkung verloren. Sie waren Teil desselben Geräusches, das ihn überhaupt erst zu seinem Entschluss geführt hatte.

In der Universität wurde er beurlaubt. Man sprach von Erschöpfung, von Überlastung, von der Notwendigkeit, sich zurückzuziehen. Niemand stellte eine Verbindung her, niemand suchte nach einem Täter, denn Täter setzten Intentionalität voraus, und Intentionalität war in dieser Katastrophe nicht vorgesehen. Es war einfacher, von einem Unglück zu sprechen, von einer Verkettung unglücklicher Umstände, als von einer Konsequenz.

Er ging ein letztes Mal durch die Universitätsbibliothek. Einige Regale waren bereits gesperrt, manche Bücher wirkten verändert, brüchig, matt, als hätten sie ihre innere Spannung verloren. Er nahm keinen Band mehr zur Hand. Das Anfassen erschien ihm unnötig. Das Wesentliche war bereits geschehen.

Was ihn am meisten erstaunte, war die Stille in ihm. Keine Leere, keine Erfüllung, sondern ein Zustand jenseits dieser Kategorien. Die Sprache, der er sein Leben gewidmet hatte, war verstummt, nicht dramatisch, nicht endgültig, sondern schlicht folgenlos. Und in dieser Folgenlosigkeit erkannte er etwas, das er lange gesucht hatte: das Ende des Kommentars.

Er verließ das Gebäude, ging langsam die Stufen hinunter und dachte nicht an Zukunft. Zukunft war ein Begriff für Archive. Für ihn gab es nur noch Gegenwart, eine Gegenwart ohne Text, ohne Fußnoten, ohne Regale. Und zum ersten Mal seit Jahrzehnten empfand er diesen Zustand nicht als Verlust, sondern als eine Form von Ordnung, die keiner Bewahrung mehr bedurfte.

KI-Junkie

Die folgenden 3 Texte sind KI-Texte, sprich vom Computer nach Eingabe eines „Prompts“ generiert. Für mich ist das eine völlig neue Welt, und alles in einem Alter, wo man vielleicht gar nicht mehr in der Lage ist und in jedem Fall wenig Lust hat, bisherige funktionierende Denk- und Gefühlsstrukturen radikal in Frage zu stellen. In anderen Worten: ich bin unsicher, ob und wenn ja, inwieweit, die KI kreatives Schreiben ersetzen kann. Die 3 Texte sind also ein Experiment, nach dem man entscheiden müsste, ob man auf diesem Pfad weitergehen möchte. Doch ich befürchte, dass alle diese Zweifel, Ängste und Unsicherheiten am Ende gegenstandslos sein werden. Die KI wird sich immer mehr auch im belletristischen Bereich durchsetzen und alle unsere traditionellen schöngeistigen Konzepte von Originalität, Individualität, persönlichem Schreibstil, Kreativität in Luft auflösen.

Friedrich Schiller

Über den deutschen Nationaldichter Friedrich Schiller spontan ein paar Zeilen zu schreiben, ist eigentlich ein Unding angesichts der Berge von Literatur über ihn, die es erst einmal zu besteigen gälte. Auch wenn man davon ausgehen kann, dass der Relevanzverlust von Literatur selbst die gefeierten Nationalpoeten überall auf der Welt nicht verschont, erscheint es trotzdem unmöglich, ein paar schnelle Gedanken nach der Lektüre der Basisbiographie Friedrich Schillers (immerhin großmäulig mit dem Untertitel „Leben, Werk, Wirkung“) zu Papier zu bringen.

Was erst einmal bei der Lektüre auffällt, ist die enorme Distanz, die man als heutiger Lesender spürt. 250-300 Jahre können viele oder wenige sein, inhaltlich und formal lebt Schiller jedenfalls definitiv auf einem anderen, viele Lichtjahre entfernten Planeten, den zu erreichen man schon einen futuristischen Warp-Antrieb bräuchte.

Schillers Idealismus des „Schönen, Wahren, Guten“, seine enorme Belesenheit und Kultur in Philosophie, Geschichte, Medizin, die sein Werk durchziehen und die er auch selbst kritisch reflektiert hat (etwa in seinem Lehrgedicht „Die Worte des Wahns“ (1799)) wirkt heute naiv ( verstanden im heutigen Alltagsdeutsch und nicht auf die Verwendung in seinen theoretisch-philosophischen Schriften bezogen) und scheint in Zeiten der Post-Epidemie, Kriegen und Aufrüstung, Massenemigration und Rassismus, Klimakrise und all den anderen Desastern kaum mehr nachzuvollziehen. Auch die Überzeugung einer überlegenen Leitkultur in den Epen und Dramen des klassischen Griechenlands wirkt aus jetzigem Blickwinkel viel zu elitär und europazentrisch. Von Friedrich Schillers Männer- und Frauenbild mal ganz verlegen zu schweigen.

Und dann haben wir natürlich Bauchweh wegen seiner aulischen Sprache. Bestes klassisches Deutsch?  Diese Perfektion von Reim, Rhythmus und Lexik mag sicherlich auch ihre Faszination besitzen und zu aufwendigen Textanalysen von Metrum, Reim und Form anregen, sie entwickelt aber eine so starke Eigendynamik, dass die Form den Inhalt regelrecht plattmacht oder zumindest dessen Rezeption gefährdet und beschädigt.

Marco Travaglio: Ucraina Russia e Nato in poche parole

Das ist nun schon das zweite Buch des bekannten italienischen Journalisten, das ich hintereinander lese. Doch während ich noch bei dem Buch über den Gaza-Krieg seinen knappen und dennoch informativen Schreibstil gelobt habe, fällt diesmal mein Urteil viel negativer aus. Von wegen „poche parole“! Das Buch hat immerhin fast 250 Seiten und leidet wie sein noch dickerer 2023 erschienener Vorgänger („Scemi Di Guerra“ – 450 Seiten!) an einer für mich zumindest wenig interessanten pedantischen journalistischen Detailflut und gähnend langweiligen Kriegsberichterstattung, die noch dazu am 24. Oktober 2024 abbrechen, was inzwischen auch schon wieder fast drei Monate her ist. Interessanter sind da schon die ersten 70 Seiten, die über den historischen Hintergrund und die Ursachen des Krieges sprechen. Natürlich hat Marco Travaglio recht. Der Krieg hätte nie beginnen sollen. Die Nato hatte nach dem Mauerfall hoch und heilig versprochen, sich nicht nach Osten auszuweiten. Es gab konkrete Möglichkeiten auch nach Ausbruch der Kriegshandlungen während der Friedensverhandlungen in Istanbul 2022 den Krieg zu beenden, die nicht genutzt wurden. Die Ukraine kann den Krieg gegen Russland nicht gewinnen, weil sie zu klein ist. Je langer sich der Krieg hinzieht desto mehr Gebiete wird die Ukraine verlieren. Die ökonomischen Konsequenzen des Krieges sind schwerwiegender für Europa als für Russland und haben eine irrsinnige Ressourcen vernichtende Aufrüstung in die Wege geleitet, welche die Sozialsysteme in Europa zerstören.

Familienzwist im Hause Haberl

Familienzwist im Hause Haberl

Italia bella
Deutschland besser
Famiglia amore e bambini
Meine Schwester Schweiz hab ich das letzte Mal
Ja wann
Beim Begräbnis meiner Mutter gesehen Amori Cafe‘ in Ingolstadt oder war es in Nuuk
Meine Schwester Zunge raus Herr Doktor
Wann war das Begräbnis meines Cousins
Vermutlich in Zeiten als man noch Vetter sagte ha ha
Nur Begräbnisse
G hilft mir weiter
Sssss
Ihre Schwester A geht zum Faschingsball als Klapperschlange
Bruder A entweder als Halbidiot oder Volltrottel
Als Sahnehäubchen auf der vergifteten Torte Bruder F
Ein ganz scheinheiliger Heiliger ohne Mönchskutte
Komplett sind wir nicht
Aber ohne Liebe arm und ehrlich