Weiter unten auf Deutsch mit DeepL übersetzt
Filippo Di Benedetto [Saracena (Cosenza) 17 aprile 1922 – Buenos Aires 4 settembre 2001]

Sindacalista e politico, Filippo Di Benedetto era quinto di sette figli di Leone Di Benedetto, di mestiere calzolaio, e Maria Montore, casalinga. Fin da ragazzino maturò un forte interesse per la politica e l’impegno civile, assorbendo le passioni del padre, primo abbonato di Saracena al quotidiano comunista «L’Unità ».
Affiancò presto gli studi – che si fermarono alla terza media – al lavoro in una bottega artigiana di falegnameria e nel contempo iniziò a coltivare quei sentimenti di altruismo, attenzione agli altri e amore per la lettura che lo portarono a diretto contatto con i braccianti dell’area del Pollino. Divenne un punto di riferimento per la comunità contadina del suo territorio e tra le sue intenzioni in quegli anni vi fu anche quella, dopo l’iscrizione, di fondare a Saracena la sezione del Pci. Una decisione che presto accantonò solo per ragioni di sicurezza, optando per incontri e riunioni clandestine finalizzate soprattutto a una presa di coscienza da parte dei braccianti dei propri diritti. Individuò in Fausto Gullo, fra i fondatori del Pci in Calabria, un punto di riferimento soprattutto nella crescita politica.
Le prime lotte sindacali e antifasciste nella zona del Pollino le organizzò lui insieme ad altri compagni e all’età di 21 anni – nel 1943 – fu arrestato, torturato dai fascisti e rinchiuso nel carcere di Castrovillari per un anno. Alla caduta della dittatura fascista, riconquistò la libertà e proseguì il suo impegno politico con ancora più passione.
Dopo la fine della Seconda guerra mondiale – alle prime elezioni democratiche nel 1947 – all’età di 25 anni venne eletto sindaco, il primo sindaco comunista di Saracena, e ancora oggi in paese c’è chi ricorda la sua dedizione e il suo incondizionato impegno per gli altri: come quella volta in cui Filippo Di Benedetto organizzò una manifestazione in paese contro i „signori“ di Saracena che si opponevano alla decisione di estendere il servizio idrico anche nelle case di campagna. Quando il corteo arrivò nei campi, trovarono un cordone di uomini in divisa con i fucili puntati sui manifestanti. «Sparate me e lasciate stare questi lavoratori », disse Di Benedetto.
Nel 1952 decise di raggiungere in Argentina il fratello Orlando che già viveva da due anni in America del Sud. Sarebbe dovuta essere un’esperienza lampo, giusto il tempo di rafforzarsi sul piano economico e poi ritornare a casa. Accadde che s’innamorò di una calabrese emigrata Rosa Garofalo, originaria di Cosenza, che sposò e dalla quale ebbe due figli: Mario e Claudio. Da Buenos Aires non fece più ritorno intraprendendo il mestiere di ebanista.
In Argentina, Di Benedetto s’iscrisse al Partito comunista: in quegli anni il Partito Comunista italiano iniziò ad avvicinarsi agli emigrati di sinistra in America Latina e i dirigenti riconobbero nella figura di Di Benedetto un contatto importante, perciò nel 1975 fu nominato responsabile del patronato Inca Cgil di Buenos Aires, diventando un prezioso punto di riferimento per l’intera comunità emigrata italiana. Si occupava di buste paga, pensioni, inserimento al lavoro. Di Benedetto si fece presto riconoscere per sue qualità morali e la sua completa dedizione agli altri.
In Argentina incominciò a frequentare l’Associazione calabrese di Buenos Aires, diventandone il presidente nel 1976. Cercò di tenere vivo il contatto fra la collettività italiana in Argentina e l’Italia, mantenendo l’equilibrio democratico fra emigranti di destra ed emigranti di sinistra. S’iniziava in quegli anni a parlare di diritto di voto per gli emigranti all’estero. Di Benedetto fu uno dei responsabili dei comitati per il voto degli emigranti e successivamente alla guida della Filef, la Federazione Lavoratori Emigranti e infine punto di riferimento del Pci nel paese sudamericano.
Di Benedetto era riconosciuto nella vita pubblica argentina: lontano dalla sua Calabria e in una grande capitale di un Paese pieno di contraddizioni, fragile sul piano politico, economico e nella struttura sociale. Era operoso: faceva avanti e dietro dall’Italia, portava informazioni; per alcuni anni attraversò l’oceano per ritornare in Italia decine di volte.
Intanto, tutta l’America latina tremava: in piena Guerra fredda, la rivoluzione cubana si era appena realizzata e aveva portato il comunista Fidel Castro al potere con il sostegno dell’Urss. Gli Stati Uniti non poterono stare a guardare e permettere che altri Paesi si allineassero alla svolta cubana. Il pericolo comunista andava arginato e così i governi democratici di molti paesi latinoamericani furono progressivamente abbattuti per essere sostituiti da regimi militari dittatoriali.
Accadde in Brasile, in Cile e il 24 marzo del 1976 anche in Argentina. Il generale Videla prese il potere e destituì Isabelita Peron. Seguì la repressione violenta e segreta degli oppositori, attraverso la detenzione illegale in luoghi clandestini, la tortura e l’uccisione, anche con i voli della morte. Studenti, attivisti politici, sindacalisti, madri di figli dispersi. Il terrorismo di Stato soppresse più di 40mila persone, 50mila nei centri di detenzione subendo angherie e torture, 30mila i desaparecidos, coloro cioè di cui si è persa traccia.
In questo contesto di repressione e morte, Filippo Di Benedetto scelse subito da che parte stare: in virtù del suo ruolo nel sindacato e nel partito, venne presto a conoscenza di diversi casi di desapariciòn ed entrò in contatto con l’allora viceconsole italiano, Enrico Calamai.
Insieme all’allora corrispondente del «Corriere della Sera », Gian Giacomo Foà , ingaggiarono una vera e propria missione umanitaria: si misero a servizio delle centinaia di famiglie che disperate si rivolsero al consolato per trovare accoglienza e rifugio di fronte ai rastrellamenti violenti della dittatura.
I genitori di ragazzi sequestrati chiedevano assistenza e in particolare di presentare istanza di habeas corpus, uno strumento previsto dalla Costituzione argentina e che riconosce il diritto di conoscere dove si trova una persona arrestata e per quale motivo. All’inizio non si trovavano avvocati disposti a presentare istanza. I pochi che avevano accettato furono uccisi in modo barbaro. Ma alla fine Calamai trovò – grazie a Di Benedetto, che all’epoca rappresentava l’Inca Cgil e si dice anche il Pci – un avvocato disponibile iscritto al Partito comunista argentino.
Iniziò così la missione umanitaria dei tre „eroi“ italiani: il sindacalista, il diplomatico e il giornalista.
Di Benedetto aveva il compito di segnalare casi di giovani perseguitati, li riceveva nel suo ufficio, li accompagnava in consolato, li nascondeva fino al rimpatrio sotto copertura. Calamai rilasciava i passaporti e Foà documentava l’Italia sul volto criminale della dittatura Videla.
Di Benedetto pagò a duro prezzo: la figlia del fratello Orlando, Domenica, fu sequestrata e torturata. Il regime gli portò via il nipote Eduardo, sequestrato nel novembre del 1976 da quattro uomini mentre accompagnava i suoi due figli alla scuola materna, e mai più ritornato a casa.
Più di 300 ragazzi, invece, rientrarono in Italia grazie alla rete di salvataggio messa in piedi da Calamai e Di Benedetto: «Se in aeroporto vi chiedono spiegazioni – questo l’escamotage pensato per sfuggire ai controlli degli aguzzini – voi dite che siete turisti ».
Tutto finì a maggio del 1977, quando Calamai venne richiamato in Italia. «Mentre il mio Governo mi chiedeva di stare fermo – sono parole di Calamai – nello stesso tempo mi aveva dato i mezzi per intervenire. Il nostro vanto era aver messo su un ufficio aperto a tutti. L’unico problema è che più aiutavamo, più accorciavo la mia permanenza in Argentina, cosa che poi è avvenuta ».
Li hanno definiti gli Oscar Schindler italiani, richiamando l’esperienza eroica dell’imprenditore che, nel pieno dell’Olocausto, sacrificò il suo lavoro per mettere in salvo più di mille ebrei dai lager nazisti. Grazie al regista americano Steven Spielberg tutti conoscono l’industriale tedesco. L’incredibile vita del sindacalista calabrese è purtroppo ancora patrimonio di pochi.
Di Benedetto muore in Argentina nel 2001 e solo il 7 settembre del 2019, nel suo paese d’origine Saracena, a piazza Castello è stata posta una targa per ricordare le sue eroiche gesta a servizio dell’umanità e a difesa della vita. (Giulia Veltri) © ICSAIC 2019
Nota bibliografica
- Gaetano Cario, Un addio al patriarca dell’emigrazione, «L’Eco d’Italia » (Buenos Aires), 10 settembre 2001;
- Gianni Giadresco, Grave lutto per la Filef la morte di Filippo di Benedetto, «Emigrazione notizie », 13 settembre 2001;
- Enrico Calamai, Niente asilo politico. Diario di un console nell’Argentina dei desaparecidos, Feltrinelli, Milano 2006;
- Giulia Veltri, Tre italiani eroi come Schindrer, in «Quotidiano del Sud », 19 ottobre 2015;
- Giulia Veltri, Filippo Di Benedetto: eroe dimenticato nella bufera della dittatura argentina, in Vittorio Cappelli e Pantaleone Sergi (a cura di), Traiettorie culturali tra il Mediterraneo e l’America latina, Pellegrini, Cosenza 2016, pp. 257-264.
Filippo Di Benedetto [Saracena (Cosenza) 17. April 1922 – Buenos Aires 4. September 2001]
Als Gewerkschafter und Politiker war Filippo Di Benedetto das fünfte von sieben Kindern von Leone Di Benedetto, einem Schuhmacher, und Maria Montore, einer Hausfrau. Schon als Junge entwickelte er ein starkes Interesse an Politik und bürgerschaftlichem Engagement und übernahm die Leidenschaften seines Vaters, der in Saracena der erste Abonnent der kommunistischen Tageszeitung „L’Unità“ war.
Schon früh verband er seine Schulausbildung – die nach der 8. Klasse endete – mit der Arbeit in einer Tischlerei und begann gleichzeitig, jene Gefühle der Selbstlosigkeit, der Aufmerksamkeit für andere und der Liebe zum Lesen zu pflegen, die ihn in direkten Kontakt mit den Landarbeitern der Region Pollino brachten. Er wurde zu einer Bezugsperson für die bäuerliche Gemeinschaft seiner Region, und zu seinen Absichten in jenen Jahren gehörte auch, nach seinem Beitritt in Saracena einen Ortsverband der PCI zu gründen. Eine Entscheidung, die er jedoch bald aus Sicherheitsgründen aufgab und sich stattdessen für geheime Treffen und Versammlungen entschied, die vor allem darauf abzielten, den Landarbeitern ihre Rechte bewusst zu machen. In Fausto Gullo, einem der Gründer der PCI in Kalabrien, fand er einen wichtigen Bezugspunkt, vor allem für seine politische Entwicklung.
Die ersten gewerkschaftlichen und antifaschistischen Kämpfe in der Region Pollino organisierte er gemeinsam mit anderen Genossen, und im Alter von 21 Jahren – im Jahr 1943 – wurde er verhaftet, von den Faschisten gefoltert und für ein Jahr im Gefängnis von Castrovillari eingesperrt. Nach dem Sturz der faschistischen Diktatur erlangte er seine Freiheit wieder und setzte sein politisches Engagement mit noch größerer Leidenschaft fort.
Nach dem Ende des Zweiten Weltkriegs – bei den ersten demokratischen Wahlen 1947 – wurde er im Alter von 25 Jahren zum Bürgermeister gewählt, dem ersten kommunistischen Bürgermeister von Saracena, und noch heute gibt es im Dorf Menschen, die sich an seinen Einsatz und sein bedingungsloses Engagement für andere erinnern: wie damals, als Filippo Di Benedetto im Dorf eine Demonstration gegen die „Herren“ von Saracena organisierte, die sich der Entscheidung widersetzten, die Wasserversorgung auch auf die Landhäuser auszuweiten. Als der Zug auf die Felder kam, stießen sie auf eine Kette von Männern in Uniform, die ihre Gewehre auf die Demonstranten richteten. „Schießt auf mich und lasst diese Arbeiter von der Gewerkschaft ‚ ‘ in Ruhe“, sagte Di Benedetto.
1952 beschloss er, zu seinem Bruder Orlando nach Argentinien zu gehen, der bereits seit zwei Jahren in Südamerika lebte. Es sollte nur ein kurzer Aufenthalt sein, gerade lange genug, um sich finanziell abzusichern und dann nach Hause zurückzukehren. Es kam jedoch dazu, dass er sich in eine kalabrische Auswanderin, Rosa Garofalo, aus Cosenza, verliebte, die er heiratete und mit der er zwei Söhne hatte: Mario und Claudio. Von Buenos Aires kehrte er nicht mehr zurück und schlug den Beruf des Tischlers ein.
In Argentinien trat Di Benedetto der Kommunistischen Partei bei: In jenen Jahren begann die Kommunistische Partei Italiens, sich den linken Auswanderern in Lateinamerika anzunähern, und die Parteiführung erkannte in Di Benedetto einen wichtigen Kontaktmann; daher wurde er 1975 zum Leiter des Sozialzentrums Inca Cgil in Buenos Aires ernannt und wurde zu einem wertvollen Ansprechpartner für die gesamte italienische Auswanderergemeinschaft. Er kümmerte sich um Gehaltsabrechnungen, Renten und die Vermittlung von Arbeitsplätzen. Di Benedetto machte sich bald durch seine moralischen Qualitäten und sein uneingeschränktes Engagement für andere einen Namen.
In Argentinien begann er, den kalabrischen Verein von Buenos Aires zu besuchen, dessen Präsident er 1976 wurde. Er bemühte sich, den Kontakt zwischen der italienischen Gemeinschaft in Argentinien und Italien aufrechtzuerhalten und dabei das demokratische Gleichgewicht zwischen Emigranten der Rechten und der Linken zu wahren. In jenen Jahren begann man, über das Wahlrecht für Auswanderer im Ausland zu sprechen. Di Benedetto war einer der Verantwortlichen der Komitees für das Wahlrecht der Auswanderer und später an der Spitze der Filef, der Föderation der Auswandererarbeiter, und schließlich eine Bezugsperson der PCI in dem südamerikanischen Land.
Di Benedetto war im öffentlichen Leben Argentiniens anerkannt: fernab seiner Heimat Kalabrien und in einer großen Hauptstadt eines Landes voller Widersprüche, das politisch, wirtschaftlich und in seiner sozialen Struktur fragil war. Er war unermüdlich: Er pendelte zwischen Italien und Argentinien hin und her, brachte Informationen mit; einige Jahre lang überquerte er den Ozean, um Dutzende Male nach Italien zurückzukehren.
Unterdessen bebte ganz Lateinamerika: Mitten im Kalten Krieg hatte die kubanische Revolution gerade stattgefunden und den Kommunisten Fidel Castro mit Unterstützung der UdSSR an die Macht gebracht. Die Vereinigten Staaten konnten nicht tatenlos zusehen und zulassen, dass sich andere Länder dem kubanischen Kurs anschlossen. Die kommunistische Gefahr musste eingedämmt werden, und so wurden die demokratischen Regierungen vieler lateinamerikanischer Länder nach und nach gestürzt und durch diktatorische Militärregime ersetzt.
Das geschah in Brasilien, in Chile und am 24. März 1976 auch in Argentinien. General Videla übernahm die Macht und setzte Isabelita Perón ab. Es folgte die gewaltsame und heimliche Unterdrückung der Oppositionellen durch illegale
Inhaftierung an geheimen Orten, Folter und Tötung, auch mittels der „Todesflüge“. Studenten, politische Aktivisten, Gewerkschafter, Mütter von verschwundenen Kindern. Der Staatsterrorismus forderte mehr als 40.000 Menschenleben, 50.000 litten in Haftanstalten unter Schikanen und Folter, 30.000 wurden zu
„Desaparecidos“, also zu Menschen, von denen jede Spur verloren ging.
In diesem Kontext von Unterdrückung und Tod entschied sich Filippo Di Benedetto sofort, auf welcher Seite er stehen wollte: Aufgrund seiner Rolle in der Gewerkschaft und in der Partei erfuhr er bald von verschiedenen Fällen von Desaparición und nahm Kontakt zum damaligen italienischen Vizekonsul Enrico Calamai auf.
Zusammen mit dem damaligen Korrespondenten des „Corriere della Sera“, Gian Giacomo Foà, begannen sie eine regelrechte humanitäre Mission: Sie stellten sich in den Dienst der Hunderte von Familien, die sich verzweifelt an das Konsulat wandten, um angesichts der gewaltsamen Razzien der Diktatur Aufnahme und Zuflucht zu finden.
Die Eltern der entführten Jugendlichen baten um Hilfe und insbesondere darum, einen Antrag auf Habeas Corpus zu stellen, ein in der argentinischen Verfassung vorgesehenes Instrument, das das Recht anerkennt, zu erfahren, wo sich eine festgenommene Person befindet und aus welchem Grund. Anfangs fanden sich keine Anwälte, die bereit waren, einen solchen Antrag zu stellen. Die wenigen, die akzeptiert hatten, wurden auf barbarische Weise ermordet. Doch schließlich fand Calamai – dank Di Benedetto, der damals die Inca Cgil und angeblich auch die PCI vertrat – einen bereitwilligen Anwalt, der Mitglied der Kommunistischen Partei Argentiniens war.
So begann die humanitäre Mission der drei italienischen „Helden“: des Gewerkschafters, des Diplomaten und des Journalisten.
Di Benedetto hatte die Aufgabe, Fälle von verfolgten Jugendlichen zu melden, empfing sie in seinem Büro, begleitete sie zum Konsulat und versteckte sie bis zu ihrer Rückführung unter falschem Namen. Calamai stellte die Pässe aus, und Foà informierte Italien über das kriminelle Gesicht der Videla-Diktatur.
Di Benedetto bezahlte einen hohen Preis: Die Tochter seines Bruders Orlando, Domenica, wurde entführt und gefoltert. Das Regime nahm ihm seinen Neffen Eduardo weg, der im November 1976 von vier Männern entführt wurde, als er seine beiden Kinder in den Kindergarten brachte, und nie wieder nach Hause zurückkehrte.
Mehr als 300 Jugendliche kehrten hingegen dank des von Calamai und Di Benedetto aufgebauten Rettungsnetzes nach Italien zurück: „Wenn man euch am Flughafen nach Erklärungen fragt – so lautete der Trick, um den Kontrollen der Peiniger zu entgehen –, sagt ihr, dass ihr Touristen seid.“
Alles endete im Mai 1977, als Calamai nach Italien zurückgerufen wurde. „Während meine Regierung mich aufforderte, stillzuhalten – so Calamai –, hatte sie mir gleichzeitig die Mittel gegeben, einzugreifen. Unser Stolz war es, ein für alle offenes Büro eingerichtet zu haben. Das einzige Problem war, dass je mehr wir halfen, desto mehr verkürzte ich meinen Aufenthalt in Argentinien, was dann auch geschah.“
Man bezeichnete sie als die italienischen Oskar Schindlers und verwies dabei auf die heldenhafte Tat des Unternehmers, der mitten im Holocaust sein Geschäft opferte, um mehr als tausend Juden aus den Nazi-Konzentrationslagern zu retten. Dank des amerikanischen Regisseurs Steven Spielberg kennt jeder den deutschen Industriellen. Das unglaubliche Leben des kalabrischen Gewerkschafters ist leider noch immer nur wenigen bekannt.
Di Benedetto starb 2001 in Argentinien, und erst am 7. September 2019 wurde in seinem Heimatort Saracena auf der Piazza Castello eine Gedenktafel angebracht,um an seine heldenhaften Taten im Dienste der Menschheit und zur Verteidigung des Lebens zu erinnern. (Giulia Veltri) © ICSAIC 2019
Literaturhinweis
- Gaetano Cario, Ein Abschied vom Patriarchen der Auswanderung, „L’Eco d’Italia“ (Buenos Aires), 10. September 2001;
- Gianni Giadresco, „Tiefer Trauerfall für die Filef: der Tod von Filippo di Benedetto“, „Emigrazione notizie“, 13. September 2001;
- Enrico Calamai, Kein politisches Asyl. Tagebuch eines Konsuls im Argentinien der Desaparecidos, Feltrinelli, Mailand 2006;
- Giulia Veltri, Drei italienische Helden wie Schindler, in „Quotidiano del Sud“,
19. Oktober 2015;
- Giulia Veltri, Filippo Di Benedetto: vergessener Held im Sturm der argentinischen Diktatur, in Vittorio Cappelli und Pantaleone Sergi
(Hrsg.), Kulturelle Wege zwischen dem Mittelmeerraum und Lateinamerika, Pellegrini, Cosenza 2016, S. 257–264.
